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L'impronta ecologica

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Quando si parla di sostenibilità, si intende la potenziale longevità di un determinato sistema (che sia agricolo, climatico o forestale), messo a confronto con l’influenza che l’uomo con le sue attività esercita su quei sistemi. Perché un processo sia sostenibile, il ritmo con cui utilizza le risorse naturali deve essere paragonabile a quello di rigenerazione delle stesse.

L’impronta ecologica (Ecological Footprint) è un indicatore che descrive l’impatto dell’uomo sull’ecosistema. È stato introdotto nel 1996 ed esprime in unità di superficie, quanto terreno biologicamente produttivo e quanta acqua sono necessari ad un individuo, una città, un paese, per produrre un determinato bene.

Per valutare quest’area è necessario tenere in considerazione tutti gli scambi di energia e materia incorporati nel processo. Confrontando l'impronta di un individuo (o regione, o stato) con la quantità di terra disponibile pro-capite (cioè il rapporto tra superficie totale e popolazione mondiale), si può capire se il livello di consumi del campione sia sostenibile o meno. Una popolazione con un’impronta ecologica superiore all’area di territorio biologicamente produttivo a sua disposizione, sfrutta territori o risorse di altre comunità o crea un deficit ecologico che si ripercuote sulla futura disponibilità di quelle risorse.

Per il calcolo vengono considerati sei fattori contribuenti: l’impronta relativa all’uso di terreni per l’allevamento, la pesca, le foreste per la produzione di legno e carta, l’agricoltura, le strutture antropiche (infrastrutture ecc.). Per considerare l'impatto dei consumi di energia invece, questa viene convertita in tonnellate equivalenti di anidride carbonica, ed il calcolo viene effettuato considerando la quantità di terra forestata necessaria per assorbire le suddette tonnellate di CO2, unico elemento di scarto considerato in questo indice (impronta del carbonio).

Per determinare se la domanda umana di risorse rinnovabili e l'assorbimento di CO2 può essere mantenuto, l'impronta ecologica viene comparata alla capacità rigenerativa (o 'biocapacità') del pianeta.

 

Ogni anno, il WWF elabora il “Living Planet Report”, un documento di analisi sulla salute della terra e sull’impatto delle attività umane.

Durante gli anni ’70, l’umanità intera superò il punto in cui all’impronta ecologica annuale corrispondeva la biocapacità della terra, iniziando a consumare energie rinnovabili più velocemente rispetto alla capacità degli ecosistemi di rigenerarle, e rilasciando più CO2 di quella riassorbibile. Questa situazione venne chiamata “overshoot ecologico” e continua da allora.

Nel 2007, l’anno più recente al quale si riferiscono gli ultimi dati disponibili, l’impronta ecologica eccedeva la biocapacità della terra del 50% (figura); il footprint totale risultava infatti di 18 bilioni di gha (global hectares, dove 1 gha corrisponde alla capacità produttiva di un ettaro di terra alla media di produzione mondiale), o 2,7 gha per persona. La biocapacità della terra era invece di 11,9 gha, circa 1,8 gha a persona, quasi il 50% in più, risultando dunque quasi duplicata dal 1966. Questa crescita è largamente attribuibile all’impronta del carbonio.

Ciò significa che sarebbero stati necessari 1,5 anni alla terra per rigenerare le risorse rinnovabili che l’umanità usò solo nel 2007 e per riassorbire la relativa CO2 prodotta.

Dunque in quell’anno venne sfruttato l’equivalente di una volta e mezza il nostro pianeta per soddisfare i nostri bisogni!

 


Comunque, non tutti hanno la stessa impronta ecologica e ci sono enormi differenze tra i vari paesi, in particolare tra quelli con sistemi economici e livelli di sviluppo diversi.

Come mostra la figura sottostante, la media pro-capite di footprint è molto minore nei paesi BRIC1 rispetto ai paesi dell’OECD2, sebbene i primi abbiano una popolazione più che doppia rispetto ai secondi. Tuttavia l’attuale livello di crescita dei consumi pro-capite dei paesi BRIC fa dedurre che questi abbiano la potenzialità di sorpassare in futuro i 31 paesi dell’OECD nel consumo totale.

 

 

1BRIC: Brasile, Russia, India e Cina.

2OECD: 31 paesi di cui gran parte sono quelli industrializzati e più ricchi del Nord America e del Nord Europa, oltre a Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda.

In particolare, se si analizza come i vari contributi all’indice siano cambiati nel tempo per tutti e quattro i gruppi politici considerati (come in figura), possiamo notare che sebbene l’impronta del carbonio dei paesi OECD sia di gran lunga la più pesante rispetto a tutti i paesi, non è quella che è aumentata più velocemente: la rispettiva componente nei paesi asiatici risulta di 100 volte superiore nel 2007 rispetto al 1961, mentre nei BRIC di 20 volte e 30 nell’unione africana.

 

I dati forniti dal Global Footprint Network ci dicono che l’italiano medio ha un’impronta ecologica di 4.2 ettari mentre ne ha solo 1 a disposizione come biocapacità necessaria a produrre e smaltire i rifiuti. Consumiamo perciò il triplo di quello che potremmo permetterci.

Come gran parte del mondo, il deficit lo colmiamo importando risorse a basso costo, senza tener conto che quelle produzioni hanno sottratto risorse in altri paesi e che il riequilibrio non è affrontabile in termini economici. F

OOT PRINT :

La situazione globale è mostrata nella figura sottostante relativa ai dati del Global Footprint Network del 2007, i colori più scuri indicano impronte ecologiche più pesanti.

 

 

Per avere un’idea di quello che consumiamo e di che impatto abbiamo sull’ambiente come singoli, al seguente link è possibile trovare un calcolatore interattivo in grado di darci una misura della nostra impronta ecologica, semplicemente conoscendo le nostre abitudini (alimentari e di consumi energetici):

http://www.footprintnetwork.org/en/index.php/GFN/page/personal_footprint/

 

Quello che possiamo fare per evitare che le risorse si esauriscano e che gli ecosistemi collassino, è ridurre i nostri consumi, come quelli alimentari, prediligere prodotti freschi e biologici, di stagione, prodotti il più vicino possibile e poco lavorati, con imballaggi ridotti e riciclabili o meglio ancora riutilizzabili.

 

Bibliografia e immagini:

Living Planet Report 2010” WWF.

Global Footprint Network e “Ecological Footprint Atlas 2010”.

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Chi Sono

Mi chiamo Stefano Bonanni, classe 1985, sono un mediatore interculturale laureato in Scienze per la Pace. Tra il 2009 e il 2012 ho viaggiato via terra dall'Italia all'Asia, ho attraversato la Russia in treno, girato per i deserti della Mongolia in una jeep, pedalato su di una Mtb in Vietnam, Cambogia, Thailandia. Viaggiato su navi intorno l'Indonesia raggiungendo le Filippine. Ho girato l'Australia in macchina e sono tornato di nuovo in Asia su di una nave merci, da dove ho ripreso il mio viaggio verso l'Italia, passando per le vette della Cina del Pakistan e del Nepal, gli asharam indiani, il Kurdistan, la Giordania, la Palestina, e l'Egitto.