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La Cina rurale, 10/01/2010

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Alle 9 di mattina sono fuori dal negozio che aspetto la consegna della mia bici. Non sono riuscito a trovarne nessuna adatta alla mia statura, tutte troppo piccole nonostante io non sia un gigante, così ho dovuto ordinarla. Quando la vedo scaricare dal camion incomincio a realizzare veramente ciò cui sto andando incontro. Dopo qualche piccolo aggiustamento e regolazione, in meno di due ore sono pronto a pedalare fuori dalla città. Passo in albergo, raccolgo tutte le mie cose, e si parte. In Cina ho avuto molte difficoltà nel trovare delle cartine dettagliate del territorio, così ho dovuto stamparne alcune da internet. Incominciamo a pedalare per qualche chilometro su di una grande strada. Subito fuori dalla città, le carreggiate si stringono, e i palazzi lasciano spazio a immense distese di fragole. Non possiamo non cogliere l'occasione per pranzare, dopodiché si riparte. Pedaliamo per alcune ore, prevalentemente in pianura, finché il giorno incomincia a lasciar spazio alla notte. Per la prima volta da quando abbiamo lasciato l'Italia dobbiamo realmente preoccuparci su dove passeremo la notte. Dopo qualche chilometro, nel bel mezzo di alcune piantagioni e a ridosso della strada, troviamo uno spiazzo dove piantare la tenda. Una volta montato il tutto, cominciamo a preparare la cena. Accendo il fornelletto a gas, faccio bollire l'acqua e cuocio dei noodle, una sorta di spaghetti liofilizzati. Così, quando ancora non sono le 20, ci adagiamo nei nostri sacchi a peli, riposandoci dall'estenuante giornata. Poco prima che sorga il sole, siamo già pronti per ripartire. Il tempo non è dei migliori, una nebbia costante ci accompagna durante il nostro viaggio, e le temperature anche se non proibitive non facilitano le cose. Ormai ci allontaniamo sempre più dalla città e procediamo verso il confine vietnamita. Durante il nostro percorso incontriamo molti piccoli villaggi e ogni volta ne approfittiamo per rifocillarci. Nonostante la bellezza dei posti che attraversiamo, mano mano che procediamo la strada sembra inerpicarsi sempre di più. Sulle nostre bici ci sono più di 20 chili di attrezzatura e la fatica presto si farà sentire. Continuiamo su questo percorso montuoso per molti chilometri.

Una notte ritrovandoci senza provviste e particolarmente stanchi decidiamo di chiedere ospitalità in un villaggio. Purtroppo la lingua non è dalla nostra parte. Dopo aver acquistato alcune uova e pomodori da un contadino, piantiamo la tenda su di un pezzo di prato nel bel mezzo del villaggio. Inevitabilmente destiamo la curiosità degli abitanti, ed in pochi minuti sono tutti li intorno a me che osservano accuratamente ogni mio gesto. Mentre incomincio a cucinare, dalla folla qualcuno viene avanti offrendomi del riso, subito dopo un altro mi porta del sale. Più passa il tempo, più il via vai di persone aumenta, finché la cena  non è pronta, a quel punto tutti sembrano voler lasciarmi un po' di riservatezza, e si dileguano nel villaggio. Finito di mangiare, lavo le stoviglie in un secchio con dell'acqua che gentilmente mi è stato procurato. E quando sono pronto per andare a letto, la serata si anima di nuovo. Dalla strada arriva una macchina con dei poliziotti locali. Una giovane donna in borghese, parlando un inglese maccheronico, ci chiede i nostri documenti e prontamente li serve ad uno degli ufficiali che, dopo essersi accertato della nostra provenienza e della regolarità del nostro visto, si mette a nostra disposizione, offrendoci il suo aiuto. Il tempo non promette nulla di buono per la notte, colgo così l'occasione per chiedere ospitalità in un posto riparato. In men che non si dica ci ritroviamo all'interno di una cella in disuso. Davanti al carcere un uomo anziano si riscalda bruciando un po di legna all'interno di un bidone di metallo.

Nella cella è presente solamente un vecchio letto di legno senza alcun materasso. Le finestre non hanno vetri, ma se da una parte le sbarre mi garantiscono un po' di sicurezza, i piccoli animali che entrano indisturbati mi fanno rimpiangere la tenda. Ad ogni modo ormai siamo qui. Srotoliamo i sacchi a pelo e siamo pronti per passare la notte. Ogni tanto qualcuno si affaccia alla finestra controllando all'interno, ma la stanchezza prevale sulle preoccupazioni.

Quando ci svegliamo, in parte intorpiditi dal freddo, il villaggio è già tutto all'opera. Senza neanche il bisogno di cambiarci, avendo dormito vestiti, siamo pronti per riprendere il nostro viaggio. Ci aspetterà una giornata dura. In un tratto in discesa di strada non asfaltata, Barbara, perderà l'equilibrio e cadrà a terra. Fortunatamente senza alcune conseguenze fisiche, ma il portapacchi posteriore si romperà irrimediabilmente, mostrando la sua natura cinese, e la scarsa qualità del prodotto. Ci ritroviamo ora nel bel mezzo del nulla, impossibilitati dal procedere pedalando. Una volta tolto il portapacchi, ci ritroviamo con quattro borse che non riusciamo a collocare in nessun posto. Così decidiamo di piantare la tenda, e di aspettare l'indomani per poter avventurarci a piedi verso il primo villaggio nella speranza di trovare una soluzione.

Durante la notte mi sveglio per un rumore sospetto, d'istinto, trovandoci in un campo coltivato, mi viene da pensare che si sia attivato il sistema di irrigazione. Apro la tenda di colpo, ma fuori tutto tace. Non riesco a focalizzare subito il rumore, tuttavia, dopo un po', mi rendo conto che proviene da sotto la tenda, la alzo con cautela, e scorgo una miriade di formiche di dimensioni mai viste prima d'ora. Mi tranquillizzo, sposto la tenda in un altro punto e riprendo a dormire. Il rumore continuerà incessantemente ma non me ne preoccuperò più di tanto. Alle 6 di mattina siamo già in cammino nella speranza di trovare qualche villaggio che sulla mia cartina non è contrassegnato.

Fortunatamente nel giro di pochi chilometri troviamo qualcosa e dopo aver speso mezza mattinata alle prese con un fabbro, finalmente siamo in grado di ripartire, sicuramente con meno certezze di qualche giorno fa, ma con tanta voglia di continuare.

Dopo più di 300 chilometri arriviamo finalmente al ridosso con il confine vietnamita. Stanchi dagli ultimi giorni di viaggio, decidiamo di dormire in un albergo, avendo cosi la possibilità di farci una doccia e lavare le nostre cose.

Comments   

 
0 #1 Anemonalove 2017-07-18 04:59
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Chi Sono

Mi chiamo Stefano Bonanni, classe 1985, sono un mediatore interculturale laureato in Scienze per la Pace. Tra il 2009 e il 2012 ho viaggiato via terra dall'Italia all'Asia, ho attraversato la Russia in treno, girato per i deserti della Mongolia in una jeep, pedalato su di una Mtb in Vietnam, Cambogia, Thailandia. Viaggiato su navi intorno l'Indonesia raggiungendo le Filippine. Ho girato l'Australia in macchina e sono tornato di nuovo in Asia su di una nave merci, da dove ho ripreso il mio viaggio verso l'Italia, passando per le vette della Cina del Pakistan e del Nepal, gli asharam indiani, il Kurdistan, la Giordania, la Palestina, e l'Egitto.