In viaggio attraverso l’Europa

Sant’Agostino sosteneva che il mondo è un libro, e che chi non viaggia ne legge solo una pagina.
Nel buio della notte il treno inizia a rallentare. Nel vagone tutto tace, lo strepitio dei freni in lontananza mi richiama all’attenzione. Due uomini salgono sul treno, ad ogni passeggero viene chiesto di esibire il passaporto: sono al confine italiano, pronto a voltar pagina.
Procedendo adagio nell’oscurità anche il treno scrive la sua storia: è quella di un giovane ragazzo che si dirige ad est, ma anche quella di altre centinaia di passeggeri. Tuttavia non tutte le storie hanno un lieto fine. I sogni di molte persone finiscono qui, proprio dove iniziano i miei. Le speranze di riscatto da una vita che li ha destinati ai margini della società si spengono inesorabilmente nel tornare verso casa. Le stesse persone che per lungo tempo ho visto sfilare nelle strade della mia città, alla ricerca di un briciolo di dignità, ora sono qui, sedute accanto a me. Un viaggio può assumere differenti significati, tutto dipende se chi lo compie scrive le pagine del proprio libro, o se sta copiando quelle di qualcun altro. Queste persone sono alla disperata ricerca di essere accettati in un sistema che è la causa del loro disagio. I treni provenienti da queste terre sono semplicemente la valvola di sfogo di una società incoerente, fatta di promesse che non possono essere mantenute.
Durante la notte attraversiamo la Slovenia, la Croazia, e quando ormai il sole è già alto nel cielo, approdiamo in Ungheria: il cuore dell’est Europa. Il treno
regala da subito una vista meravigliosa. Piccole baite di legno si susseguono sulle sponde del lago Balaton, tutto sembra essere sospeso nel tempo. Un’atmosfera quasi magica avvolge questi luoghi: non una persona o un veicolo appare nel paesaggio. Mi viene quasi voglia di scendere e fermarmi, ma il treno non consente ripensamenti, ti lascia scorgere la bellezza del posto senza darti la possibilità di viverla davvero. Dopo più di 20 ore di viaggio, seduto su scomodi sedili, alternando pensieri malinconici a momenti di serenità, arrivo a Budapest. Qui avrò modo di trascorrere due giorni visitando la città, in attesa di ripartire per Mosca. Budapest è una graziosa cittadina che sorge sulle sponde del Danubio. Anticamente divisa in tre città: Buda e Obuda, situate sulla sponda occidentale del fiume, e Pest su quella orientale, nel 1873 è stata unificata diventando la capitale dell’Ungheria. Il primo impatto è quello di una città apparentemente ricca. I suoi palazzi nuovi, gli addobbi di Natale con più di un mese di anticipo, sembrano voler nascondere una realtà difficile, di cui la gente che incontriamo per la strada ne è la prova. Uno dei problemi dell’Ungheria è quello di trovarsi alle porte di un’Europa con una moneta più debole rispetto all’euro.
Impaziente di proseguire il mio viaggio, salgo sul treno che mi porterà fino a Mosca. Mi sistemo in una piccola cuccetta con due letti. Lo spazio nella cabina è ridotto dall’ingombrante zaino che porto con me. Nelle altre cabine ossute donne russe si mettono a loro agio indossando i pigiami. Il treno parte, e dopo qualche ora lasciamo l’Ungheria oltrepassando l’ultima barriera dell’Europa occidentale, delimitata dalla diffusione dell’inglese. Quando ci svegliamo siamo ormai in Ucraina. La prima cosa di cui mi accorgo è che la maggior parte delle persone nelle stazioni indossa una mascherina per prevenire il contagio dell’influenza suina. Dal finestrino del treno mi sembra di osservare un paese fondato sulla diffidenza e ciò trova giustificazione nella sua storia. Tra il 1932 e il 1933, circa 7 milioni di persone morirono a causa delle politiche di collettivizzazione messe in atto da Stalin. Le difficoltà di questo paese non sono cessate con la fine del comunismo. Nel treno incontro Natalya che mi racconta di come i suoi problemi siano iniziati dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Da allora la Russia ha requisito il suo conto in banca, privandola dei risparmi di una vita. Tra un pasto liofilizzato e l’altro, osservo degli uomini lavorare sui binari della ferrovia. Ne conto più di cento, tutti in fila uno dopo l’altro. Indossano un fratino arancione e senza utilizzare alcun tipo di macchinario, muniti solamente di pala e piccone, scavano un solco lungo i binari. In un paese così povero, i resti del comunismo fanno sì che tutti quanti abbiano un lavoro. Lo slogan sembra essere: “Poco, ma per tutti”.
La seconda notte sul treno la passo insonne. I severi controlli al confine con l’Ucraina ed in entrata con la Russia mi tengono sveglio. Più volte mi viene chiesto il passaporto, e quando per alcune ore mi viene sottratto, rimango in tensione, con la paura che il mio viaggio finisca ancor prima di iniziare. Quando finalmente riesco ad addormentarmi ormai siamo alle porte di Mosca. D’innanzi a me si stende l’ultimo baluardo comunista, o per lo meno ciò che ne rimane.

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