Ulan Batar

Da Irkutsk proseguo per Ulan Ude: una piccola città ad est del lago Baikal. Questa volta nel riprendere la transiberiana opto per la terza classe. Ovvero un’intera carrozza senza alcun tipo di scompartimento ma con molti letti a castello, una sorta di dormitorio. Il vagone è buio, non si riescono a vedere i numeri dei posti, ma sospinto dalla massa di gente che lo percorre mi adagio nel mio letto. Questo è assai più piccolo di quello che ho trovato fino ad ora, e a rimarcare la differenza di prezzo con la classe superiore si aggiunge il rumore
delle conversazioni della gente che rendono arduo il dormire. Tuttavia, i colori e i sapori che si riescono a percepire non hanno eguali. Arriviamo ad Ulan Ude di notte, una leggera ma fitta neve avvolge la città limitando la vista. Sapendo di arrivare ad un orario scomodo abbiamo prenotato un posto dove pernottare. L’unica possibilità di raggiungerlo è quella di affidarmi ad uno dei tassisti che a gruppi aspettano al di fuori dalla stazione. Quasi tutti proprietari di macchine normali, senza alcuna scritta o tassametro, così dopo una leggera contrattazione sul prezzo, mi affido ad un uomo sulla quarantina dai lineamenti mongoli. La strada è molto più lunga del previsto, a metà del percorso l’autista si ferma per fare rifornimento chiedendomi preventivamente i soldi per poter pagare il conto. Arriviamo in albergo quando il sole sta per sorgere, non senza alcune difficoltà. Siamo in un piccolo paese, composto da tante case di legno, le più alte a due piani. Non è facile capire quale è quella che cerchiamo. I civici qui sembrano una usanza che non tutti rispettano. Ad accogliermi c’è una signora di mezza età dall’aspetto occidentale, mi accompagna subito nella mia stanza. Sono l’unico ospite della struttura, ma alzo di molto la media dal momento che ci sono solamente altri due posti disponibili. Dopo aver posato le borse ed aver fatto una breve colazione mi dirigo verso la città. Prendo un autobus, che altro non è che un piccolo pulmino da dieci posti, la tariffa è standard e si paga all’autista che mentre guida, a volte sbandando, fa i conti e restituisce il resto. Mi fermo in centro, sotto la grande statua raffigurante il volto di Lenin, la più grande costruita nell’intera Russia. Essa fornisce un po’ di notorietà a questa piccola cittadina, altrimenti sconosciuta come gran parte della Siberia. Non c’è molto da vedere, e il freddo si fa sempre più pungente, così dopo aver acquistato i biglietti del bus che l’indomani mi porterà in Mongolia, decido di tornare verso casa. La sera, oltre ai padroni di casa, viene a trovarmi un ospite. È un abitante del villaggio, ma da come viene trattato appare come una persona molto rispettata. Sembro suscitare curiosità in questo uomo, che continua a pormi domande alle quali io con il mio scarso russo non trovo sempre una risposta. La mattina seguente mi alzo molto presto, il pullman per Ulan Batar, capitale della Mongolia, parte dalla città alle 7 di mattina. Ci sono due autisti ad alternarsi alla guida, entrambi mongoli, come del resto la gran parte degli altri passeggeri, ad eccezione di tre coppie di turisti, due delle quali ho già avuto modo di conoscere durante il viaggio. In questo tragitto rivaluterò di molto il pullman come mezzo di trasporto. Ho sempre considerato il treno come più vantaggioso perché viaggiando di notte ti dà la possibilità di non perder tempo e di risparmiare una notte d’albergo. Tuttavia, il pullman ti permette di passare all’interno di città e villaggi meno conosciuti, a volte fermandoti per mangiare o altre per andare in bagno. Qui ci si ferma anche vicino ad alcuni luoghi di culto,
dove i buddhisti scendono a rendere omaggio a delle piccole costruzioni di pietra, contornate da nastri colorati, probabilmente messe su da qualche altro viaggiatore. Il pullman ti dà la possibilità di entrare nel cuore di una cultura, fornendoti elementi necessari, non sempre sufficienti, per comprenderla.
Presso le dogane ci fermeremo a lungo per i controlli di rito. Dopo un viaggio durato tutta la giornata arriviamo finalmente ad Ulan Batar. La città è molto fredda, ci saranno meno trenta gradi. Ad aspettarmi alla fermata del pullman c’è un tipo che continua a ripetere il nome del mio ostello. Provo a chiedergli quanto dista l’ostello e se devo pagare per andare con lui ma non riesco a ricevere nessuna risposta se non qualche frase già pronta in inglese. Questa persona non mi dà alcun tipo di affidamento, e quando lo vedo girare in una strada buia nel mezzo di vecchi palazzi in cemento, alti e tenuti molto male, temo per il peggio. Ad un certo punto l’autista spegne la macchina e mi indica l’ingresso di un palazzo. La porta è nascosta da una nuvola di fumo che sembra provenire dall’interno. Tuttavia riesco a scorgere una piccola insegna che riporta il nome dell’ostello. Non essendoci alcun citofono, il mio accompagnatore apre la porta assestando alcune botte al portone. Entrando il fumo diventa sempre più fitto rendendo impossibile vedere o respirare, ma fortunatamente dopo pochi passi va diradandosi fino a scomparire davanti la porta dell’ostello. Una volta entrati, la proprietaria mi chiede di saldare il conto del tassista. Ovviamente i due sono d’accordo e lui già sapeva del nostro arrivo, provo a ribattere sul prezzo e a questo punto l’uomo sfoggia un inglese che prima non parlava. Decido di dargli la metà di quanto mi chiede e nonostante lui continui ad invitarmi ad uscire un attimo con lui, me ne vado nella mia stanza senza alcun tipo di esitazione. Dietro la porta della camera è affisso un cartello che sconsiglia l’uscita dall’albergo dopo il calare del sole. Ben presto capirò il perché. La microcriminalità qui è molto diffusa, camminando per la strada più persone notando che sono straniero mi consigliano di stare molto attento. Un ragazzo si frappone tra me e altre tre persone malamente vestite che continuavano a seguirmi. Avrò modo di assistere anche ad un furto a danno di una signora nella più tranquilla indifferenza degli astanti. Rimango scioccato da questa città, uno dei più brutti posti visitati fino ad ora. Senza alcun tipo di storia, di cultura o tradizione. Migliaia di locali con insegne nella maggior parte delle lingue occidentali cercano di attrarre una squallida clientela. I prezzi nei negozi sono tradotti in dollari. Ulan Batar sembra una prostituta, e neanche una di quelle di lusso. Sporca, va con tutti e accetta ogni tipo di moneta. Non ha nulla a che fare con la nobile tradizione di questo paese. E l’unica alternativa che ho per poter visitare la vera Mongolia è affittare un pulmino con una guida e girare per il paese.

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