Tour della Mongolia

Mi sveglio alle 7 con l’impazienza di un bambino che aspetta di andare al luna park, ma consapevole che dove sto andando non ci sono lunghe file, rumori o luci che lampeggino. Mentre esco noto una persona che aspetta nella hall dell’albergo. Somiglia più ad un cinese che ad un mongolo, basso, ha il viso schiacciato e due occhi molto piccoli, calza stivali da fantino e indossa una giacca di stoffa a quadri. In testa porta un basco quasi a rimarcare l’eccentricità del suo abbigliamento. È impossibile non notarlo e non riesco a non sorridere quando si presenta come il mio accompagnatore. Sembra avere mille denti uno più piccolo dell’altro, e un sorriso che si estende per tutto il volto. Pensare di dover affidare la mia sopravvivenza a questo personaggio, oltrepassando il deserto e dormendo a temperature spesso proibitive, mi diverte. Finalmente trovo una persona originale. Insieme all’autista ci sono altre due ragazze, faranno da interpreti con la gente del posto. Oltre a me c’è una coppia di francesi, anche loro viaggiatori. Finora hanno seguito presso a poco il mio stesso itinerario nel tentativo di compiere il giro del mondo, per far questo però si servono anche di aerei. All’estero è molto diffuso tra i giovani l’usanza di prendersi un anno sabatico finiti gli studi e di viaggiare. Alcune compagnie aeree offrono la possibilità di acquistare dei biglietti aerei aperti con numeri di scali definiti e che posso essere usati su di un arco temporale lungo. L’unica peculiarità è che bisogna muoversi sempre verso la stessa direzione non si può viaggiare tonando indietro nella latitudine ma bisogna andare sempre in avanti.
Ci sono tutti i presupposti per vivere un’esperienza indimenticabile. Il mezzo di trasporto su cui ci sposteremo non è da meno: un ex pulmino sovietico verde. Ha gli interni in pelliccia maculata, sette posti lungo i lati, e al centro un piccolo tavolino che si rivelerà utile per alcuni nostri pasti.
Dopo neanche venti minuti dalla partenza ci ritroviamo completamente in mezzo al nulla. Da qualsiasi parte mi volti, riesco solo a vedere un’immensa distesa bianca di neve. Sembra quasi di trovarsi alla fine del mondo, non si vede nulla a perdita d’occhio. Il panorama continua così per diverse ore. Non una persona, non un villaggio, non una macchina. Più la jeep procede, più mi rassereno al pensiero di lasciare la città. All’improvviso nel paesaggio comincio a scorgere tanti piccoli puntini, dapprima neri, ma avvicinandoci assumono differenti colori. Intere mandrie di animali, selvatici e non, sono lì a poche decine di metri da noi. Attraverso i finestrini della jeep sembra di osservare un documentario. Appollaiate su dei massi, possiamo ammirare delle splendide aquile. Ogni tanto l’autista devia il percorso avvicinandosi agli animali, dandocila possibilità di scattare qualche foto. Sono talmente meravigliato per ciò che osservo da non fermarmi a pensare di essere un intruso in questo incredibile paesaggio. Centinaia di piccoli uccelli volano accanto la nostra auto, accompagnandoci per chilometri. Sembra quasi che si stiano esibendo in una danza: all’unisono battono le ali e di tanto in tanto ci passano davanti, alternando la loro marcia da sinistra a destra. A volte è possibile scorgere qualche montagna, ma dopo poco si torna sempre nel nulla. Stiamo procedendo nella direzione del sole, forse è con questo che l’autista riesce ad orientarsi. Qui non ci sono strade, solo neve. Il sole calando ci regala uno splendido gioco di colori. Tutto si illumina di arancione ed il cielo si fa sempre più viola. Qualche nuvola isolata nel cielo, con la complicità della mente, dà vita a mille forme. Arriviamo nel posto dove verremo ospitati quando ormai è notte. Appena sceso dal pulmino alzo gli occhi al cielo, la volta celeste è stupenda. Ogni stella è al suo posto, sembra dipinta. Si può tranquillamente vedere la Via Lattea e distinguere ogni costellazione. Dopo aver scaricato i bagagli, munito della mia torcia frontale, faccio un breve giro di perlustrazione cercando di cogliere qualche particolare di questo posto. Mentre cammino mi viene da pensare a quante persone oggigiorno è privato di godere di uno spettacolo del genere. L’inquinamento, le luci, fanno passare in secondo piano il cielo e le stelle nelle nostre vite. Eppure, quanti prima di noi si sono affidati a loro. Dopo un breve pasto a base di riso e carne ognuno si infila nel suo sacco a pelo. Ogni tanto il padrone di casa entra a rianimare il fuoco e la tenda subito si riscalda. Sono sempre stato abituato a pensare alla legna come qualcosa di indispensabile per accendere un fuoco, ma qui non ci sono alberi, il vento e la temperatura che di notte scende anche oltre i meno trenta gradi ne sono la causa. Qui il fuoco lo si accende con lo sterco di yak, quello non manca mai. Mi fermo a riflettere sull’importanza di questo animale, indispensabile per la vita di queste persone, sia come alimento che nella produzione di combustibile. Come sempre la natura ha una risposta ad ogni esigenza, eppure in occidente è ormai relegata in un vaso o in uno zoo. Ma non voglio rovinare questa atmosfera con i miei pensieri, questo posto è magico. Sdraiato nel mio sacco a pelo rimango inerte ad ascoltare ogni rumore del vento fissando da una piccola fessura sul tetto il cielo stellato, ma lentamente il sonno prende il sopravvento. Durante la notte inevitabilmente il fuoco si spegne. Mi sveglio poco prima che il sole si alzi in cielo, il mio respiro forma una nuvola di vapore. Infilandomi le scarpe noto che la bottiglia d’acqua poggiata ai piedi del letto è congelata. Mentre tutti dormono esco nel tentativo di scattare qualche foto all’alba, ma la fotocamera non vuole aiutarmi. Il meccanismo di messa a fuoco è bloccato per il freddo. Impostare la macchina manualmente vuol dire togliersi i guanti. Non riesco a
fare che qualche scatto prima di perdere la sensibilità nelle mani. Tornando alla tenda noto che l’autista sta già caricando la jeep. Si riparte di nuovo in cerca di un altro posto dove passare la notte. Quasi ci comportiamo da nomadi noi stessi. Queste persone vivono dipendendo completamente dalla pastorizia. Così per quattro volte l’anno, una ogni stagione, smontano le loro case, caricano i cavalli, i cammelli, gli yak e si spostano in un altro posto. Loro conoscono la natura meglio di chiunque altro e sanno che lo sfruttamento intensivo di essa può solamente nuocergli. Così vivono tranquillamente senza l’esigenza di aumentare il loro gregge a dismisura. Quando hanno bisogno di qualcosa lo barattano con la loro carne o con il loro latte. Qui non esiste il concetto di proprietà. Fino ad ora non ho visto nessun recinto, nessun cancello, eppure tutti rispettano questa terra. Ai nostri occhi sembra una terra di nessuno. Sorrido all’idea di aver attraversato la Russia da ovest ad est e aver trovato nei nomadi mongoli ciò che di più si avvicina al comunismo. Quando non hai nulla che è tuo, non hai bisogno di fabbriche di armi per proteggerlo. Quando la tua vita dipende da qualcosa che è di tutti, fai di tutto per salvaguardarlo. Tante volte mi sono sentito dire che le mie sono pure utopie. Che in questo modo la storia si fermerebbe e non si andrebbe più avanti. Ma siamo tanto sicuri di aver preso la strada giusta? Se ci fermassimo un attimo capiremmo subito di essere sul precipizio di un burrone. A volte, purtroppo, è più facile andare avanti per inerzia piuttosto che fermarsi. Il pulmino parte e l’intera famiglia è lì a salutarci sbracciandosi. Tutti sorridono, è un sorriso che non sono più abituato a vedere, uno di quelli che viene dal cuore.
La Mongolia è un paese dove l’alba, il colore turchese del cielo, il tramonto, le stelle, non sono l’eccezione di un momento, ma un costante premio per una popolazione che ha saputo adattarsi alla natura. Un premio che viene riscosso di volta in volta, costituendo lo scenario di vita quotidiano. Sul dorso di un cammello, cammino nel deserto in compagnia di un anziano nomade. A volte andiamo a rilento, altre più velocemente. Il cielo è limpido, un sole terzo splende alto su di noi. Il vento che soffia forte, forma montagne di sabbia che il cammello scala prudentemente. Dalla sommità di una di esse, l’anziano, tira fuori un piccolo binocolo dal kimono viola, cominciando a scrutare l’orizzonte. Nel nulla, lontano da casa, in compagnia di una persona che probabilmente è quanto di più diverso esista dalla mia cultura, comincio ad adattarmi a tutto ciò, e all’improvviso noto tratti familiari nel mio accompagnatore. Così, mi rendo conto che la cultura non è altro che un vestito che indossiamo dalla nascita. Esistono vestiti puliti o sporchi, vestiti passati di moda come quello comunista, o più in voga come quello capitalista. Ma nel tempo inevitabilmente i vestiti si logorano, e rimangono solo le persone. Qui, su questa collina di sabbia, siamo
entrambi nudi. L’uomo è uguale in Mongolia come in Italia. Ciò che è differente è come viene trattato e questo lo so molto bene. Ho voglia di porre mille domande a quest’uomo. È uno di quei momenti in cui mi rammarico per non parlare la lingua del posto. Tuttavia mi rendo conto che non ce n’è bisogno, dalla semplicità di ogni suo gesto comprendo più di ogni parola. Queste persone vivono con una serenità interiore a cui io, formato all’esperienza occidentale, non posso neanche avvicinarmi. Tuttavia, mi basta sapere che questi sentimenti esistono davvero e ciò per me è la prova che un altro mondo è possibile. Un mondo fatto di cose reali e non di bisogni e problemi indotti.
Il vento continua a soffiare sempre più forte, così, decidiamo di tornare alla nostra tenda. Trascorriamo l’intero pomeriggio all’interno giocando con ossa di caviglia di pecora. Dopo una cena tipica mongola, alla luce di una candela sorretta da un crinale attorcigliato e legato sul soffitto, segno gli appunti di un’altra giornata trascorsa. Dalla tenda accanto in sottofondo un rumore di una televisione accesa cerca di disturbarmi, ma il tentativo è vano. Insieme alla città ho abbandonato l’intolleranza. Quel sentimento che domina le nostre vite, basato su questioni di principio. Mi fermo a riflettere come anche qui sia arrivata la globalizzazione, ma in una forma differente da quella che ho osservato fin’ ora. Nel mio soggiorno in Kossovo, abitavo in una casa all’interno di un piccolo villaggio serbo. La casa era composta da due strutture adiacenti: una più grande e nuova dove risiedevamo noi, ed un’altra più piccola e vecchia dove viveva la padrona. Nonostante lei fosse una delle persone più benestanti del villaggio, una volta a settima veniva da noi a chiederci di poter usare il bagno per farsi la doccia. Per quale motivo abitava nella peggiore delle due? perché facendo così poteva guadagnare più soldi da quella che affittava. Qui invece accade esattamente il contrario, la nostra tenda è quella meno confortevole, come è giusto che sia. Ciò che ho appreso in questi ultimi anni è che ad essere sbagliato non è il denaro ma l’amore che la gente prova per esso. Quando poi scopro che la seconda tenda non è pensata per accogliere i turisti ma i viandanti che hanno bisogno di riparo, mi convinco sempre più di essere nel posto giusto.
I giorni a seguire il tour della Mongolia continua. Ogni volta ci muoviamo in un differente posto alternando pianure a montagne, deserti a cascate congelate. Nonostante ciò io ho già avuto la mia risposta e ciò che ora scorre dai finestrini del vecchio pulmino verde non è altro che una cartolina da portare con me da descrivere poi ad amici e parenti.
Quando sono ormai pronto per tornare ad Ulan Batar e lasciare la Mongolia in cerca di altro un imprevisto trasforma una giornata di viaggio in un’esperienza
indimenticabile. Il forte vento ed un’improvvisa nevicata rendono impossibile la visibilità. Così siamo costretti a fermarci nei pressi di una casa e chiedere riparo. Nell’entrare, a destra della porta, noto un cumulo di neve molto strano. Avvicinandomi mi rendo conto che quella che credevo fosse neve in realtà è un cane. Sdraiato a terra su di un fianco, con il muso verso le zampe posteriori, e completamente ricoperto di neve, crea piccole nubi di vapore dovute al suo incessante tremolio. All’interno tutti dormono nonostante sia già mattina inoltrata. Ci sono due uomini in un piccolo letto affiancato alla parete e tre donne sdraiate a terra su di un tappeto. Uno alla volta si alzano cominciando a prepararsi. Si vestono, si lavano i denti, fanno colazione, tutto sotto i nostri occhi. D’altronde non ci sono altre camere, l’ambiente è unico come in tutti i ger. All’improvviso delle coperte ammucchiate in un angolo cominciano a muoversi, due bambini ne escono fuori. Mi riprometto di stare attento a dove mi siedo, tra bambini e cani trasformati in oggetti inanimati non si sa mai. Una volta sistemato il letto ci fanno accomodare su di esso. Su di un televisore scorre un film in lingua russa. Un unico doppiatore racconta il film in mongolo con un ritardo di qualche secondo lasciandomi così afferrare qualche parola nella lingua originale. Il tempo non sembra migliorare, lasciandoci in attesa di abbandonare questa casa in cui mi sento a disagio per l’intrusione. Tuttavia, dopo aver sbrigato alcuni compiti, i padroni sembrano interessarsi maggiormente a noi. Mi siedo sul tappeto tra due di essi e quasi formando un cerchio cominciamo a comunicare. Apprendo che in realtà in questa casa vive solo una coppia con i suoi due figli. Gli altri sono vecchi compagni di scuola venuti a trovarli e che con l’occasione muovono il loro gregge in cerca di erba fresca. All’improvviso, dal nulla, spunta fuori una bottiglia di vodka e un piccolo bicchierino che a turno gira tra tutti noi e viene riempito. Non è la prima volta che mi capita di vivere questa esperienza, ciò è molto tipico in queste zone. Ogni volta che accade c’è qualcuno che mi incita a bere sostenendo che rifiutando potrei offendere il padrone di casa. Ho smesso di credere a questo dopo la prima volta, ma non ho mai rifiutato un bicchiere di vodka o grappa. L’atmosfera che si crea in questi momenti è fantastica, non perché ci si ubriachi, ma perché quello che si condivide è più di un semplice bicchiere. Dopo la prima bottiglia ne segue un’altra e dopo questa un’altra ancora, finché non perdo il conto e mi ritrovo a mangiare nello stesso piatto dell’uomo barbuto seduto a fianco a me. A questo punto non ci servono neanche più le traduttrici, cominciamo a comunicare a gesti con pezzi di parole sentite e di cui spesso non conosciamo neanche il significato. Quando il tempo è migliorato ormai ci siamo fatti nuovi amici, ed è difficile abbandonarli. Loro di certo non ci rendono facile il compito invitandoci a fermarci per la notte.
Purtroppo non abbiamo altre alternative, i due francesi devono lasciare la Mongolia il giorno dopo, Così, con un po’ di rammarico, ma ricchi delle nuove conoscenze, abbandoniamo questo posto per tornare ad Ulan Batar.

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