Shanghai

La Cina per me ha sempre rappresentato un mistero. Un mistero pieno di contraddizioni. Un paese lontano migliaia di chilometri ma che ha invaso il nostro commercio con i sui prodotti. Uno dei paesi più poveri al mondo,
ancora vittima di una dittatura, ma che sorregge l’intero sistema economico mondiale. E’ trascorsa una settimana dal mio arrivo a Pechino, e ogni giorno che passa continuo a perdere le poche certezze che avevo. Il cibo è completamente differente da come me lo aspettavo, non trovo nulla che abbia già provato nei ristoranti cinesi in Italia. Le difficoltà linguistiche vengono accentuate dall’incompatibilità del linguaggio dei gesti. Ad ogni numero corrisponde un segno differente: per indicare cinque si deve tenere il pugno chiuso, per il sei bisogna distendere solamente pollice e mignolo, compiendo un gesto che noi siamo soliti utilizzare per indicare il telefono. La fonetica è molto complessa e quando mi trovo a girare per la città con la mappa, provando a chiedere informazioni, il risultato è sempre lo stesso: io non riesco a pronunciarlo in maniera corretta e loro non riescono a leggerlo. Una cultura tanto differente dalla nostra ma che allo stesso tempo è stata terreno fertile per il capitalismo. In Cina materialismo e spiritualità convivono tranquillamente. Una nazione frenetica con condizioni di lavoro pessime, ma dai parchi curati e sempre affollati. Se prima mi appariva tutto come una grande contraddizione, ora mi rendo conto che senza questa valvola di sfogo il paese non potrebbe andare avanti.
Pechino doveva essere il punto di partenza alla scoperta di una Cina rurale, una Cina che ancora conserva le tradizioni millenarie, e più a misura di uomo rispetto alle grandi metropoli. Purtroppo, i miei obiettivi si scontrano con la realtà. Mi ritrovo in pieno dicembre e andando sempre più incontro all’inverno. La parte ad ovest della Cina, quella che confina con la Mongolia, con la Russia e il Tibet, è prevalentemente montuosa e difficilmente accessibile in questo periodo dell’anno. I 20 chili che porto sulle spalle mi limiterebbe troppo negli spostamenti e i problemi linguistici si accentuerebbero di molto in una realtà come quella dei villaggi.
La tentazione è forte, ma la ragione prevale sull’istinto e decido di scendere il più possibile a sud alla ricerca di condizioni climatiche favorevoli. Arrivare in questi posti in treno, rimanendo chiusi in degli alberghi, per poi muoversi solamente con qualche mezzo inquinante su queste montagne non ha senso. Se voglio vivere questa parte della Cina devo viverla come i cinesi: a piedi o in bicicletta, ma entrambe le ipotesi sono irrealistiche in questo momento dell’anno.
Dopo una notte passata in treno arrivo a Shanghai di mattina presto. Dopo l’esperienza di Pechino questa volta ho con me le indicazioni per raggiungere l’albergo. Riesco comunque a perdermi nella più grande metropoli cinese e ancora una volta mi ritrovo a procedere per tentativi, percorrendo strade dai nomi impronunciabili ed intraducibili. Ad ogni passo che percorro aumenta
l’affanno per il peso dello zaino che trasporto, ormai stracarico di tutta l’attrezzatura invernale di cui non ho più bisogno.
Libero da ogni vincolo culturale, da ogni pensiero, pensavo di percorrere le strade del mondo con semplicità, la stessa semplicità con cui viaggiava Terzani, eppure nonostante mi sforzi non ci riesco. Ma in fin dei conti mi rendo conto che quel tipo di viaggio non mi appartiene. Viaggiare con i treni arrivando sempre in qualche città sub-occidentale, dormendo in alberghi ad alti standard per poi elargire qualche dollaro e farmi portare in giro per comprendere il posto non fa per me. Il mio desiderio è quello di entrare in contatto con le popolazioni locali, ma instaurando un tipo di rapporto alla pari, conoscere le loro tradizioni e cercare di fornire una differente immagine della nostra società, non quella che proviene dalla televisione o dal viaggiatore che gira il mondo brandendo qualche soldo, ma quella di un popolo spaventato che si è lasciato corrompere l’anima in favore di uno sviluppo che ci ha portato ad un falso benessere.
Girando per Shanghai, ho la sensazione di camminare all’interno di un cantiere. Fra pochi mesi essa sarà sede di un expo sulla qualità della vita in ambito urbano. Una città di 16 milioni di persone, sviluppata in altezza e con molti grattacieli, grigia, l’inquinamento ne offusca ogni orizzonte, una città frenetica, nulla di più lontano dalla mia concezione di vivibilità, si appresta ad essere presa a modello nel mondo. Questa è la Cina che conta. Una grande fabbrica da cui attingere per mano d’opera e materie prime. Il commercio diventa sempre più globalizzato e la richiesta tende ad aumentare? Nessun problema la fabbrica aumenta, la popolazione continua ad accentrarsi nelle mega metropoli e nessuno si cura minimamente della trasformazione ambientale e culturale in cui sta andando in contro il paese. Ad ogni modo non sono qui per ammirare le mille luci della notte o per i grattacieli, così in poco più di tre giorni sono di nuovo su di un treno in direzione sud. Ho bisogno di un po’ più di caldo per poter eliminare definitivamente l’abbigliamento invernale e sentirmi libero così di muovermi alla ricerca di qualcosa che le grandi città non possono darmi.

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