Mosca

Entro in Russia alle tre di notte con un treno proveniente da Kiev. Al confine devo compilare l’immigration card, continuando ad alimentare la tensione che da ore mi tiene sveglio. Nel treno si sente parlare solo in russo. Finalmente ho abbandonato il confine con l’occidente delimitato dalla diffusione dell’inglese. Il mio viaggio verso est comincia da qui.
La mattina arrivo a Mosca non sapendo ancora dove soggiornare. Tra gli obiettivi del mio viaggio c’è quello di evitare gli alberghi dove diventa quasi impossibile entrare in contatto con la cultura locale. Ciò mi consente anche di salvaguardare l’aspetto economico, più sarò in grado di risparmiare e più a lungo potrò viaggiare. Dovrò esser molto attento in una delle città più care al mondo. Girovagando per la città trovo una sistemazione in un appartamento al quinto piano di un antico palazzo sovietico. Qui sono ospitato in cambio di qualche rublo da una signora di mezza età russa. Galina ha un’aria trasandata ed un fisico corpulento, rimasta vedova ormai da diversi anni riesce ad andare avanti affittando una stanza. La casa non è molto grande ma si potrebbe definire accogliente. Trovato dove dormire mi lascio guidare dal mio istinto girando per la città, fino ad arrivare in uno dei luoghi più importanti nel centro di mosca.
Entrando nella Piazza Rossa per la prima volta si provano sentimenti contrastanti. Quante persone si sono ritrovate qui, quanta della storia degli ultimi secoli è stata scritta dietro queste mura. In questi 75 mila metri quadrati è racchiusa gran parte dell’essenza di questo paese. Cammino lasciandomi alle spalle la porta della resurrezione. Non l’originale. Purtroppo, quella è stata demolita da Stalin nel 1931 perché intralciava le manifestazioni e le parate. Tuttavia trovo in questa fedele ricostruzione un gran significato: la voglia della gente di riprendersi ciò che il comunismo gli ha tolto. Ad ogni passo l’odore di storia aumenta. Cresce proporzionalmente al numero dei dettagli che riesco a percepire nella ricchezza del posto. Decido così di posizionarmi nel centro per
immedesimarmi il più possibile con l’atmosfera che via via mi avvolge. E’ emozionante sentirsi parte della storia, e qui sembra che tutto resti immobile.
Vedo le mura del Cremlino. Davanti ho il mausoleo di Lenin. Mi piacerebbe scrivere “Qui Lenin riposa in pace”, ma non è così. Subito dopo la sua morte, egli è stato sottoposto a diversi trattamenti, che ancora oggi, a distanza di molti anni e di molti soldi spesi, gli consentono di essere esposto lì, a mezzo busto, come se stesse riposando. L’importanza che questo corpo ha continuato ad esercitare negli anni nel cercare di portare avanti un’ideologia è fuori dubbio. Ma per quanto tu possa conservare nel tempo le fattezze di quello che è stato un simbolo, finito il comunismo anche esso ha perso di ogni significato.
Vedo il palazzo che ospita il museo della Storia Russa. Qualche giorno dopo la curiosità mi spingerà a visitarlo. La collezione va da reperti rupestri dell’età preistorica ad oggetti del XX secolo. Nonostante la mostra sia molto vasta ne rimarrò deluso. Sembra quasi che la storia russa riguardi esclusivamente rivoluzioni e guerre, tutto il resto non è considerato storia. D’altronde questo è un museo dedicato alla storia politica del paese. Non è una coincidenza che la politica qui vada di pari passo con l’uso della forza. Ciò che però voglio vedere con il mio viaggio è un’altra storia. È la storia di tutte quelle persone che hanno subito le decisioni della Politica. Questa però è una storia che non posso trovare in un museo. Sotto le grandi statue che narrano di epici personaggi, camminano oggi persone comuni a cui è stata tolta ogni dignità. La proporzione delle statue rispetto alle persone ricorda il posto che quest’ultime assumono nella società.
Vedo la cattedrale di San Basilio, dedicata ad un tale Vasily che predisse che alla partenza dell’esercito per Kazan – Città sotto il dominio dei Tatari, discendenti dei bulgari – Ivan Il Terribile avrebbe ucciso suo figlio. Cosa che puntualmente accadde. Vasily morì durante la battaglia di Kazan e fu seppellito dove ora sorge la cattedrale. I colori sono i più variopinti, ma come per tutti gli altri edifici della piazza, quello che sembra risaltare maggiormente è il rosso del sangue che è stato versato.
Dietro di me, una splendida facciata ottocentesca cela il fallimento del comunismo. Il grande palazzo che occupa la parte orientale della piazza, una volta rappresentante con il suo mercato il simbolo dell’economia sovietica, nel bene e nel male, ora è passato ad un’economia di mercato. Da qui si possono distintamente leggere molte delle marche più affermate dell’occidente. A meno di 200 metri di distanza: comunismo e capitalismo, sono ancora lì, uno di fronte all’altro. Questo è possibile solo perché esse non sono niente altro che due facce della stessa medaglia. Da qui si può scegliere di entrare nel centro commerciale o nel mausoleo di Lenin. Ma non si ha una vera alternativa. È per
questo che decido di non scegliere, ed esco dalla piazza. L’unica differenza che trovo tra queste due ideologie è che una è cosciente di essere morta da tempo. Per anni si sono convinti che i rubli non davano la felicità, ora però stanno subendo il fascino del dollaro. Il capitalismo a sua volta non si rende conto di essere morto. Ciò è dovuto al fatto che la scia di fetore che continua ad emanare, per il momento si sente solamente nel sud del mondo. Dove fa più caldo. Dove ormai avviene l’intera produzione mondiale. Dove molti stanno male in favore di pochi. Se si prende atto di ciò, non ci si può stupire se la figura di Stalin in Russia, piano piano, stia riacquistando onore.
Ciò che prima percepivo come un velo di magia, ora mi dà un senso di nausea. La piazza è invasa da turisti. Tutti passano, scattano foto, ma nessuno si ferma ad ascoltare. Ad ascoltare la vera storia di questa piazza. Non basta entrare nella cattedrale, nel museo o vedere Lenin per capirla. Qui c’è la tribuna dei teschi. Qui sono state giustiziate delle persone perché non ritenute fedeli alla nazione. Bisogna fermarsi ad ascoltare le urla, per poter comprendere a pieno i costi di questa piazza.
Perso nei miei pensieri esco girando a vuoto per la città. I palazzi sovietici stanno sempre più lasciando spazio a costruzioni occidentali. La globalizzazione si spinge sempre più ad est e con lei l’inevitabile occidentalizzazione del mondo. Camminando per la strada incontro molti fast-food e bar che ho trovato un po’ ovunque viaggiando nelle capitali europee. Sembra di trovarsi ad una festa in maschera d’altri tempi. Per te è la prima volta. Entri in questa grande sala spoglia, adorna unicamente di un camino e di un grande lampadario. Al centro della sala c’è una persona. Ti avvicini, ma ti accorgi che il suo viso è coperto da una di quelle maschere bianche inespressive. Ormai sei lì, cominci a parlarle. Più le parli e più la curiosità di vedere quale viso si cela dietro la maschera cresce. Cominci a cogliere alcuni particolari del suo aspetto fisico e di come è vestita, ciò ti fa azzardare delle conclusioni. Ma non ti basta. Il tempo passa, la conversazione si fa piacevole, e quasi non fai più caso alla maschera, anzi essa diventa una caratteristica importante di quella persona. Ma parlando ti rendi conto che tutte le tue curiosità erano vane, dietro la maschera non c’è nulla. Quella maschera è stata portata così a lungo da cancellare quello che c’era sotto. A te non importa perché ormai questa è diventata una caratteristica identificativa di quella persona. Quando ormai sei tranquillo, all’improvviso, cominciano ad arrivare altre persone alla festa. Tutti indossano la stessa maschera. La sala si riempie a tal punto che tu non riesci più a ritrovare la persona con cui stavi parlando. Facendo un po’ di attenzione però riesci a scorgere qualche particolare che te la fa ritrovare. Ma ti rendi subito conto che non è più la stessa cosa. Quello che
prima rappresentava per te un segno di unicità ora è qualcosa di comune. Roma, Parigi, New York, Mosca, sono oggi accomunate dai negozi, dagli alberghi, dai turisti. Quella maschera inespressiva sulle nostre città è il frutto del capitalismo e della nonculura occidentale, che va pian piano consumando le nostre diversità. E’ vero ognuna di loro conserva qualche caratteristica, ma hanno perso la loro unicità. L’identità di queste città è ormai irrimediabilmente perduta. Sembra quasi che Mosca indossi una maschera, e che sia lì che mi inviti a ballare per non pensare. Ma io rispondo no grazie e mi reco altrove.
Prima di abbandonare Mosca però farò un’ultima tappa. A nord della città vive Anton Krotov fondatore del Academy of free travels. L’assunto da cui parte Krotov è che il mondo è bello ed appartiene a tutti. Ci sono così tante automobili, così tanti sedili vuoti, case vuote, cibo per tutti e tante, tante possibilità. I suoi viaggi lo hanno portato in tutto il mondo con pochi soldi. Egli non ama viaggiare nei paesi più evoluti, forse perché si rende conto che lì le persone sono poco solidali. Devo assolutamente conoscere questa persona, cosi mi metto in cammino. Il posto è più lontano di quello che pensavo, impiegherò quasi due ore per arrivarci tra il camminare e i mezzi pubblici. Trovata la sua strada mi rendo conto che la numerazione dei civici in Russia funziona differentemente rispetto in Italia. Sono all’inizio della via camminando verso nord. Devo arrivare al 112, questo vuol dire che dovrò passare 112 palazzi, forse anche di più perché a qualche numero si aggiungono le lettere. Percorrerò circa sei chilometri prima di arrivare a destinazione. Al civico 112 c’è un ingresso che dà su di un giardino. All’interno ci sono sei palazzi da più di 600 appartamenti l’uno. Cerco il numero del palazzo di Krotov, poi cerco l’ingresso all’edifico che dà accesso al lato dove abita. E finalmente sotto il suo portone compongo al citofono il numero del suo appartamento: 547. Il citofono emette una musichetta, segno del fatto che stia squillando nel suo appartamento, ma nulla accade. Mi siedo sulle scale e attendo. Non so bene cosa, non conosco questa persona, potrebbe passarmi davanti e non la riconoscerei. Ad ogni persona che esce dal palazzo chiedo di lui. Nessuno però sembra conoscerlo in buono stile russo dove nessuno sa o ha visto nulla. Seduto sulle scale osservo via via alcune persone che si riforniscono da un grande cassone per la spazzatura situato nel giardino. Fa freddo e di certo i pochi stracci che portano addosso non possono tenergli caldo. Il tempo passa, cala la notte e incomincia a piovigginare. Decido cosi, con grande rammarico, di abbandonare la mia missione.

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