L’isola di Olkhon

Dopo settantasette ore di viaggio arriviamo finalmente ad Irkutsk. Il mio orologio segna le 4 di mattina, ma ad accoglierci c’è un sole splendente già alto nel cielo. Fossimo in estate potrei pensare che qui l’alba sorge prima, ma nonostante il freddo la latitudine non supporterebbe il mio ragionamento. A condizionare il clima qui è la distanza dal mare. Cosi come il clima, il mio orologio e quello della stazione sono determinati da un fattore esterno. Qui però la natura non c’entra, c’è di mezzo l’uomo. La Russia attraversa sette fusi orari diversi, ma l’orario dei treni è sempre quello di Mosca. Mi ci vuole poco a fare il calcolo. Imposto l’orologio sulle 9, e comincio a camminare con il mio passo ciondolante. Ho uno zaino su di una spalla e la borsa con l’occorrente fotografico sull’altra. Il più delle volte sono loro a fare il mio andamento spostando tutto il peso da una gamba all’altra. Il sole sembra quasi cercare di addolcire la scritta che compare su di un palazzo: -15. Inutile dire che il tentativo è vano. Il freddo entra sotto i vestiti arrivando fino alle ossa. Si, questa è la siberia.
Arrivati ad Irkustsk decido di seguire Steve in un ostello, la temperatura esterna non lascia spazio all’improvvisazione. L’impressione è buona. Nel giro di qualche ora l’ostello si riempie. Ci sono Inglesi, Irlandesi, Australiani e Neozelandesi. Tutti anglofoni, eccetto me. Nel pomeriggio esco a visitare la città. A mia grande sorpresa, nonostante abbia viaggiato ininterrottamente pe
cinque giorni e abbia percorso più di 9000 km, nulla è cambiato. Lo stile delle case è lo stesso, i negozi sono gli stessi, ma soprattutto la gente è la stessa. Irkutsk si trova al confine con la mongolia, e nonostante sia stata fondata dalle tribù buriate, qui la cultura predominante è quella di Mosca. La politica delle deportazioni di Stalin aveva un duplice obiettivo, quello di allontanare i personaggi scomodi dal potere e quello di insediare colonie russe in punti strategici militarmente ed economicamente. Guardando le cartine geografiche da bambino ho sempre pensato ad un confine come ad una linea immaginaria che divideva due stati. Solo negli ultimi anni mi sono reso conto di quanto questa linea sia reale, e di quanto possa influenzare la vita delle persone. I russi di Mosca e i mongoli che abitano queste terre non hanno nulla in comune, se non l’alfabeto a seguito di un tentativo di russificazione durante la Seconda guerra mondiale. Eppure, ora si ritrovano lì, a distanza di pochi metri gli uni dagli altri, con una cultura, una lingua, una fisionomia, completamente differente. Dentro di me spero che non sia tutto qua, di non aver percorso tutti questi chilometri per ritrovare le stesse cose da cui sono scappato da Mosca. La sera ci ritroviamo tutti quanti nella cucina dell’ostello e davanti una tazza di tè decidiamo di affittare un pulmino che in sei ore ci porterà fino al lago Bajkal. Da qui con un piccolo traghetto potremo raggiungere l’isola di Olkhon. Questa è la mia opportunità per accedere ad un posto finora inviolato. L’isola di Olkhon è tutt’oggi abitata dalla popolazione buriata, la più grande minoranza etnica della Siberia. Il primo contatto con i russi risale solamente al XVII secolo, questo ha permesso alla popolazione locale di conservare alcuni caratteri della sua discendenza mongola. È considerata uno dei cinque poli mondiali di energia sciamanica. Il viaggio è interessante, mentre guardo lo scorrere dei paesaggi dal finestrino ascolto i racconti dei miei nuovi compagni. Quasi tutti sono in viaggio da più di due mesi, c’è chi è in giro da tre anni senza mai fermarsi. Non tutti però viaggiano allo stesso modo. Pensavo bastasse abbandonare l’aereo e procedere più lentamente per non essere un turista, ma ora mi rendo conto che mi sbagliavo. Ciò che differenzia un turista da un viaggiatore è la voglia di apprendere. La voglia di entrare in contatto con la cultura del posto. Provare sapori nuovi, pensare diversamente da come siamo abituati a fare. Il turista al contrario del viaggiatore è egoista. Per poter portare con sé le sue comodità finisce per distruggere la cultura del posto. Niente di più contrario a quello che voglio fare io. Per un attimo mi sento fuori luogo, ma ormai ho imparato a convivere con questa sensazione. In questo viaggio ridefinirò per sempre il significato della parola strada. Arriviamo nel paese che è già notte ma la luna alta nel cielo ci fa scorgere le sagome del villaggio. Amo questo tipo di luce perché nel suo creare dei chiaroscuri mi fa notare dei
particolari che la durezza del sole nasconde. Il villaggio è completamente in legno. La gente qui incomincia ad avere le sembianze dei nativi del posto. Non si vede una luce, non si vede un negozio. Finalmente sono in Siberia.
Il villaggio in cui veniamo ospitati è formato da tante case di legno, di cui la maggior parte non ha neanche la corrente. I bagni, se così si possono definire, sono esterni alle case. Appena arrivati ci viene servita subito la cena. È da quando sono in Russia che ad ogni pasto mangio zuppa e insalata russa, anche questa volta non sarà differente. Come secondo però ci servono del pesce originario del lago, spezzando un po’ la solita routine di pollo o manzo a cui ero abituato. Finito di cenare giochiamo un po’ a carte e alla fine ci rintaniamo ognuno nella sua casetta. Ai piedi del letto c’è una piccola stufa che simula nella stanza un clima tropicale. Sulla mia guida leggo che sull’isola da poco più di tre anni è stata portata la corrente ed ora prendono anche i telefoni. Il bello del turismo è che crede di portare innovazione nei posti dove arriva. Peccato che qui nessuno abbia un cellulare, ma ancor più importante nessuno saprebbe cosa farsene. Nonostante ciò gli abitanti sono costretti a subire le radiazioni dei ripetitori per trecentocinquantasei giorni l’anno. Sul comodino c’è un secchio con dell’acqua che serve per sciacquarmi viso e mani. Stanco del viaggio mi addormento subito. L’indomani tutti i miei compagni di viaggio, salgono su di una jeep che li condurrà in un tour dell’isola. L’idea non mi convince, così decido di visitare l’isola a piedi. Con la cartina e la mia bussola mi incammino nel bosco costeggiando il lago. Prima di partire ho segnato sulla mia mappa alcuni punti da visitare, da dove a detta della gente del posto si gode di uno splendido panorama. Come al solito però finirò per stravolgere i miei piani strada facendo. Non mi piacciono molto i programmi, il decidere cosa visitare o quanto a lungo fermarmi in un posto prima ancora di esserci stato mi spaventa. Il più delle volte mi sposto sull’onda delle sensazioni. Ed è una di quelle che mi ha condotto fino a qui. Questa volta nel mio programma non ho tenuto conto delle enormi pause che mi prenderò per ammirare ed ascoltare il posto. Il lago Bajkal vanta molti primati, oltre ad essere il lago più profondo al mondo, 1600mt, è il secondo lago per estensione: 700 km. Nel camminare procedo a zig-zag alternando tratti di spiaggia a boschi. Quando cammini da solo in un posto che non conosci lontano da ogni tipo di civilizzazione, ad ogni passo ti sembra di scoprire qualcosa di nuovo, che nessuno ha mai visto prima. Qui, seguendo le orme degli animali lasciate sulla neve sono in pace con me stesso. Rientro dalla mia escursione quando ormai il sole sta per tramontare. La luce riflette sul lago facendo assumere mille colori al villaggio. La camminata ha disteso i miei pensieri purificando la mia mente, non riesco a togliere il sorriso dal mio volto. Sulla strada di ritorno scorgo una sagoma di una persona seduta
su di un masso. Mi rendo conto subito che si tratta di un backpacker. Avvicinandomi saluto cogliendolo un po’ di sorpresa, dopo poche battute scambiate in inglese ci rendiamo conto di essere entrambi italiani. Thomas è di Sanguinetto in provincia di Verona. Anche lui è partito da qualche mese dall’Italia nell’intendo di affrontare un viaggio via terra verso l’asia. Ora è li davanti a me che sta meditando su dove piantare la tenda per dormire nel bosco. Do uno sguardo veloce alla su attrezzatura e mi rendo conto che sarebbe un azzardo, così riesco a convincerlo a venire a dormire con me al riparo. Rientrati nella guest house ci ritroviamo con gli altri compagni di viaggio a bere un thè intorno ad un tavolo. Tra tutti i ragazzi che ho conosciuto mi ritrovo a stringere un rapporto particolare con Stephen un ragazzo irlandese che dopo aver vissuto per due anni in Australia sta tornando a casa in Irlanda. Non saprei come spiegarlo ma a pelle provo una sensazione di familiarità e si crea subito un forte legame tra di noi. La sera accuso un po’ di stanchezza per la lunga camminata, decido così di appagare tutti i miei sensi utilizzando la banya, una sorta di sauna tradizionale russa. Il caldo, il sudore, mi fanno provare una sensazione che non provo ormai da tempo in quest’inverno siberiano. I muscoli si distendono completamente, per poi riassumere tono quando finita la banya mi rotolo nella neve. Prima di andare a dormire una chiacchierata con Stephen mi riporta sulla terra, con l’eccezione che ora conosco la strada per il paradiso. La mattina dopo siamo tutti pronti per tornare ad Irkutsk, da dove ognuno di noi prenderà la sua strada.
Oltre a dei bei ricordi il destino ha voluto che lasciassi il mio telefono sull’isola, o almeno cerco di convincermi che sia andata così. Nessun altro posto sarebbe stato migliore per abbandonarlo. Avrei voluto fermarmi di più in quest’isola ma il mio visto sta per scadere e ancora non ho pianificato la mia uscita dalla Russia.

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