La transiberiana

Sono le 23, la notte è già calata da più di sette ore. Il termometro della stazione segna meno 9 gradi.
Dei brividi percorrono il mio corpo salendo per la schiena. Non è il freddo. È il pensiero di una cultura che lentamente sta morendo per far posto all’occidente. Settant’anni di comunismo non sono serviti a nulla, se non a dividere più nettamente la popolazione tra due classi sociali. Quante speranze riposte nel comunismo, quante persone hanno combattuto e ci hanno creduto veramente. Ed ora, puff, tutto di un tratto non ne rimane più nulla. Qualcuno mi ha detto che la storia fa un passo avanti e due indietro. Forse questo è vero, dal momento che dopo migliaia di anni ancora non abbiamo imparato nulla e sempre più persone muoiono di fame e per le guerre. Però devo appuntare che la storia non è equa, non tocca tutti allo stesso modo. C’è chi alla fine del comunismo ha fatto un passo avanti e ci sono tanti altri che hanno fatto due passi indietro. Speravo di poter rimanere a Mosca più tempo, studiare di più questa cultura, ma ora me ne vado di notte quasi da clandestino, senza salutare.
Partire via terra verso Est da Mosca significa prendere la transiberiana: il treno dei record. Una ferrovia di 9700 km che attraversa l’intera Siberia arrivando nel porto di Vladivostok. L’idea di prendere il treno che ha ispirato molti scrittori, tra cui Tiziano Terzani nella scrittura del suo “Buonanotte signor Lenin” mi entusiasma molto. Il treno è un convoglio russo di 10 carrozze suddivise in tre classi. La prima classe è costituita da cabine con due letti, nella seconda le cabine sono da quattro, nella terza invece il vagone è composto da un unico scompartimento con tanti letti in fila. Dal momento che dovrò passare diversi giorni sul treno la scelta ricade sulla seconda classe. Il treno si presenta molto bene. Pulito, con una sorta di moquette sul pavimento. Sul tavolino all’interno della carrozza trovo un piccolo cestino con dell’acqua e due pacchetti di biscotti, che successivamente scoprirò essere a pagamento. Le biglietterie della stazione sembrano aver fatto bene il proprio lavoro. Non ci sono né cabine vuote né piene. Le persone sono distribuite eterogeneamente nel vagone. Il treno lascia la stazione di mosca in perfetto orario, e dopo poco mi addormento. L’indomani vengo svegliato da uno strano rumore, all’inizio non riesco a focalizzare, apro la porta della cabina e mi trovo davanti una donna delle pulizie che passa l’aspirapolvere. Rimango un secondo di troppo a fissarla sorridendo per l’incredulità, cosi lei ne approfitta per entrare a sistemare nella cabina. Ormai sveglio, mi metto a guardare il panorama che scorre dal finestrino. Grandi boschi di betulle si intervallano a distese immense di neve di cui non si riesce a vedere la fine. Non una casa, non una persona, eppure non
riesco a staccare gli occhi dal panorama. Il treno fortunatamente procede lentamente dandomi la possibilità di scorgere ogni più piccolo particolare. A volte riesco a vedere le orme che gli animali lasciano nel manto nevoso. Quasi mi viene voglia di scendere dal treno e seguirle sperando che mi portino in un posto segreto, dove, in queste terre incontaminate, loro si nascondono dall’inciviltà della razza umana. Per tutta la mattinata non riesco a non sorridere. Finalmente sono libero dalle oppressioni della città.
Ogni tre, quattro ore ci fermiamo in qualche piccolo villaggio. Ne approfitto quasi sempre per scendere dal treno, sgranchirmi le gambe e acquistare qualcosa da mangiare sulla piattaforma. Delle anziane donne ossute, coperte con giacche molto più grandi di loro vendono il cibo preparato poco prima nelle loro abitazioni. Questa per me è una buona possibilità di provare del cibo locale e di impratichire il mio goffo russo. Il più delle volte il prezzo non è definito, e le contrattazioni consistono in uno scambio di grossi sorrisi. Chi si lascia commuovere cede, l’altro fa il prezzo. Qualche volta dopo aver comprato il cibo rimango a parlare con la babushka di turno, e quando provo a spiegargli del mio viaggio capita mi regalino altro cibo, tant’è che mi viene spontaneo abbracciarle alla partenza. Ho voglia di entrare nelle case di ognuna di queste persone, vedere come vivono, vedere per loro globalizzazione cosa significa, se non poter vendere del cibo nella stazione. Ma il tempo è poco, purtroppo non mi rimangono molti giorni prima della scadenza del mio visto ed ho deciso di trascorrerli più ad est possibile.
Continuo a guardare fuori del finestrino incantato dal bianco della neve, dentro di me penso che non debba sempre essere stato così. Questa ferrovia è stata costruita con il sangue della gente che Stalin ha mandato a morire qui. Neri, Ebrei, Dissidenti politici, hanno tutti avuto la stessa sorte. Sono finiti in campi di concentramento chiamati gulag di cui la siberia oggi ne è piena testimonianza. Tempo fa mi sono imbattuto in un libro “I racconti di Kolyma” che narravano la storia dell’autore Varlam Tichovic Salomov un scrittore russo considerato un pericolo per il regime di Stalin e inviato in un gulag. Ancora oggi mi ritornano nitide le immagini di quegli omoni russi che si abbracciano nudi per scaldarsi, costretti alla fame dopo giornate intere di lavoro in quell’inverno siberiano. Non posso non riflettere su quel loro attaccamento alla vita anche quando aveva perso ogni sua umanità.
Mentre sono seduto sul mio letto assorto nei miei pensieri, incrocio gli occhi di un ragazzo che sta passando per il corridoio, lui si ferma, e con molta naturalezza, come se avessi scritto sulla maglia “non sono russo” si rivolge a me chiedendomi se parlo inglese. Steve è un ingegnere australiano che come può staccarsi dal lavoro si prende del tempo per viaggiare. Su di un treno pieno di
russi che non comprendevano la sua lingua, Steve era alla ricerca di qualcuno più simile a lui per poter passare qualche ora in compagnia. I viaggiatori che provengono da paesi anglofoni hanno un grande svantaggio, il fatto di essere compresi ovunque vadano non crea in loro la necessità di dover imparare una nuova lingua. Quest’ultima invece è la vera chiave di accesso alla cultura del posto, che molto spesso si nasconde nel linguaggio e nei modi di dire. Anni addietro durante una mia esperienza di volontariato in Kosovo sono stato costretto ad imparare il serbo. Vivendo alcuni mesi in una enclave serba è stata la necessità di dialogare con le famiglie del posto a portarmi a studiare quella lingua. Io ero lì per condividere il conflitto con le persone, le loro stesse difficoltà. Le stesse motivazioni di allora mi hanno spinto poi a convertire tutto quello che sapevo di serbo in russo, le due lingue provengono dal ceppo slavo e per alcuni termini si assomigliano. Così tra partite a carte, vodka, e racconti di viaggio mi ritroverò a dover provvedere al sostentamento di entrambi, essendo l’unico che riesce a farsi comprendere. Tutti e due siamo diretti ad Irkutsk la più grande città vicina al lago Baikal.

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