La cooperazione

Ormai sono due mesi che sono in Vietnam. Più passa il tempo e più riesco a scorgere degli aspetti propri che appartengono a questa cultura. Ho attraversato molte nazioni per giungere fino qui, ed ognuna di esse mi è rimasta impressa per qualcosa di differente. Quella che prima per me rappresentava semplicemente una cultura asiatica, ora ha assunto varie forme e tonalità. Per poter osservare tutto ciò bisogna svestirci dei nostri abiti occidentali ed immedesimarci nelle tradizioni locali. Una volta presa a modello la nostra società il rischio è quello di considerare questi paesi come privi di cultura, o sottosviluppati. Tuttavia, l’idea di sviluppo presuppone l’esistenza di una grande linea temporale che scandisce il tempo dalle prime tracce documentate dell’esistenza dell’uomo fino a noi. A questo punto, i paesi sottosviluppati, si troverebbero nel mezzo di questo arco temporale, e a causa della loro incapacità di progredire alla nostra stessa velocità sono rimasti molto indietro. Questo ragionamento giustifica ogni azione dell’occidente che non è stato altro che la cultura più intraprendente e che per questo merita oggi di detenere gran parte delle risorse mondiali sfruttando chi si è dimostrato più debole nella storia. L’unica possibilità di progresso che concepiamo per questi paesi è seguire il nostro esempio. Finché regnerà questa visone miope della storia ogni intervento per aiutare queste popolazioni finirà inevitabilmente per danneggiarle.
Da anni si dibatte su come aiutare le popolazioni più povere, tuttavia, ogni intervento è stato vano se non deleterio. Durante gli anni settanta quando il compito di risollevare le finanze del sud del mondo era stato affidato agli stati, essi non hanno fatto altro che concedere dei prestiti, soldi che il più delle volte sono andati nelle tasche di dittatori, indebitando sempre più questi paesi e creando una relazione di dipendenza. Nonostante si senta spesso parlare
dell’azzeramento di questo debito, sono in pochi a spiegare che i soldi presi sono già stati versati nelle nostre banche, quello che ancora continuano a pagare sono gli interessi. Perché allora continuare con questa farsa? Semplicemente perché in questo modo il sud del mondo rimane facile preda delle multinazionali, che in cambio di pochi soldi ricavano grandi profitti senza curarsi dell’impatto sociale delle loro aziende. È un rapporto di forza che solamente finché rimarrà tale ci permetterà di vivere al di sopra delle nostre possibilità. Sono passati anni, decenni, ma la situazione non è cambiata. Oggi gli aiuti umanitari sono lasciati sempre più in mano alle organizzazioni internazionali. Nonostante i buoni propositi esse non sono niente altro che un prodotto della nostra società. Due volontà di una stessa persona che con una mano distrugge e con l’altra pretende di ricostruire. Arrogarsi il diritto e riconoscersi come salvatori del mondo è tipico della nostra cultura. Ma ciò che noi dovremmo salvare prima di tutto è noi stessi. In un sistema mondiale altamente sbilanciato, dove alcune nazioni hanno in mano il destino dell’intera popolazione umana, è giocoforza che ogni relazione tra paesi ricchi e poveri, anche quella mossa da uno spirito puro e disinteressato, non potrà mai essere equa. Un commercio equo potrà esistere solamente quando le egemonie di alcuni paesi scompariranno e il sistema geopolitico sarà azzerato.
Brulicano e crescono sempre più le organizzazioni internazionali nel mondo, ormai è diventato un fenomeno di massa e si sta dando vita ad una nuova forma di turismo. Giovani adepti della società consumistica lasciano le loro vite per periodi più o meno brevi saltano su di un aereo e ritrovandosi dall’altra parte del mondo: quella povera, quella sporca. Catapultati in un posto di cui conoscono ben poco, dove invece di essere di aiuto sono un peso per un paese che non riesce già a sfamare i suoi abitanti. I più intrepidi dormono con le popolazioni locali, ma hanno sempre assicurate scorte di cibo ed acqua. Finita la nuova esperienza tornano a casa con qualche foto suggestiva, un racconto virulento, e riprendono la loro vita come nulla fosse successo, ma con la coscienza appagata. E questo secondo me è il danno maggiore, utilizzare gli aiuti internazionali come uno sfogo, come in una pentola; mi verrebbe tanta voglia di chiudere il foro da cui esce il vapore e rimanere in disparte ad osservare il tutto esplodere per poter poi ricominciare da capo.
La circolazione di idee, l’incontro tra differenti culture, è qualcosa di molto importante, è il metodo che utilizziamo che è sbagliato. Noi non dovremmo andare lì per loro, ma con loro. E io non vedo alcuna solidarietà nell’andare in missione in Africa se non si capisce che quell’aereo che ci porta è ciò che incatena le popolazioni del posto, ma soprattutto che dovremmo andare lì per imparare da chi continua a sopravvivere in condizioni più ostili delle nostre, da
chi subisce la nostra crescita economica, da chi lancia un messaggio di aiuto e non lancia bombe. Ma se veramente vogliamo aiutare queste popolazioni, non serve inviargli denaro, né inviare persone, bisogna solo rompere le catene dell’oppressione che la nostra società esercita su di loro. Migliaia di volontari ogni anno si recano in Africa a scavare sempre più in profondità alla ricerca di falde acquifere non contaminate, ma la verità si trova sempre alla luce del sole, e non nel buio e nell’oblio, basterebbe smettere di inquinare le acque superficiali a causa dell’estrazione mineraria. Bisognerebbe ridare le terre alle popolazioni del centro America che se ne sono viste private in favore di allevamenti sempre più intensivi di animali. Bisognerebbe ridare la dignità alle popolazioni asiatiche a cui abbiamo soppiantato ogni credo religioso in favore del denaro. Ognuna di queste persone è intrappolata in una rete in cui non può muoversi. Miliardi di persone muoiono di fame ma non hanno i mezzi per poter far valere le loro idee. Ciò di cui non ci rendiamo conto è che siamo noi a costituire le maglie della rete, e se uno ad uno decidessimo di opporci a questo sistema potremmo creare un varco per far sì che chi prima era stato condannato a sopravvivere, possa ora impadronirsi di nuovo della propria vita. Le organizzazioni dovrebbero essere veramente internazionali e rispettare le idee di più culture. Il problema in cui ci troviamo di fronte al giorno d’oggi, è se sia possibile o meno rendere universali alcuni valori. Io in parte ne dubito, ma se anche ciò fosse possibile bisognerebbe esserne d’accordo tutti.
Gli indicatori utilizzati per individuare gli ambiti di intervento da parte di un’organizzazione sono il PIL e l’indice di sviluppo umano. Ma questi indicatori hanno un valore solamente per noi e a volte neanche per noi. È il caso del PIL. Sono anni che questo viene utilizzato per indicare lo stato del benessere di un paese, tuttavia esso non ci fornisce altro che una classifica delle nazioni in base alla loro ricchezza monetaria, quantificata tramite la spesa del paese stesso. Nel PIL ogni componente è di tipo positivo. Le spese per cure a causa di malesseri dovuti all’inquinamento, alla cattiva abitudine alimentare o ad un incidente stradale, non fanno altro che contribuirne alla sua formazione. Inoltre, il PIL non considera come le risorse del paese vengano investite. Non fa differenza tra uno stato che investa nell’istruzione ed un altro che lo faccia nell’esercito. È chiaro che questo indicatore ci fornisce una immagine distorta della condizione del benessere delle nostre nazioni, non parliamo poi, dei paesi che non fanno parte del mercato capitalistico. Nell’arco degli ultimi decenni si è dato vita a molteplici indicatori che si sono proposti di fornire una misura attendibile del benessere di ogni paese, tuttavia senza riuscire a mettere in discussione il primato del PIL.
Alcuni passi in avanti sono stati fatti con l’introduzione dell’indice di sviluppo umano. Questo, oltre a considerare la ricchezza del paese, tiene conto di alcune variabili quali l’alfabetizzazione e la speranza di vita. Nonostante si sia cercato di costruire una misura credibile del benessere, il tentativo a mio avviso è stato vano. Non si possono creare indicatori del benessere di un paese per il semplice fatto che la definizione di benessere non è uguale per tutte le culture del mondo. Se per noi oggi l’istruzione è un requisito necessario per vivere nella nostra società non si può pensare che lo stesso valga per i paesi a sud del mondo.
“L’atteggiamento più antico, che probabilmente poggia su fondamenti psicologici solidi, poiché tende ad apparire in tutti noi quando siamo posti in una situazione inattesa, consiste nel ripudiare puramente e semplicemente le forme culturali – morali, religiose, sociali, estetiche – che sono più lontane da quelle con cui ci identifichiamo” 1.
Ormai sono diversi mesi che viaggio, nonostante ciò sono riuscito a mantenere dei rapporti con l’Italia, beh, nel raccontare la mia esperienza ho notato come le persone tendano a rivedere nelle mie descrizioni dei caratteri che sono stati propri del nostro paese nell’immediato dopoguerra. Ciò non fa altro che alimentare un falso evoluzionismo: ovvero un tentativo di sopprimere la diversità nelle culture, pur fingendo di riconoscerla a pieno. La nostra società considera i diversi stadi in cui le società umane, antiche nel tempo o remote nello spazio, si trovano, come stadi o tappe di un unico svolgimento. Le quali, muovendo dallo stesso punto debbano convergere verso una stessa meta, in questo modo, è chiaro che la diversità diventa ormai solo apparente. “L’umanità diventa una e identica a sé stessa; solo che tale unità e tale identità non possono realizzarsi se non progressivamente. La varietà delle culture illustra i momenti di un processo che dissimula una realtà più profonda o ne ricalca la manifestazione.
Riprendere un esempio dalla fisica, utilizzato per spiegare la teoria della relatività, può tornarci utile. Per mostrare che la dimensione e la velocità di spostamento dei corpi non sono valori assoluti, ma funzioni della posizione dell’osservatore, si ricorda che, per un viaggiatore seduto vicino al finestrino di un treno, la velocità e la lunghezza dei treni variano a seconda che questi ultimi si spostino nello stesso senso o nel senso opposto. Ebbene, ogni membro di una cultura è coinvolto ad essa, altrettanto strettamente di quanto quel viaggiatore lo è al suo treno. Sin dalla nascita, infatti, l’ambiente circostante fa penetrare in noi, per mille vie consce e inconsce, un complesso sistema di
1 L. STAUSS, Razza e storia, Razza e cultura, Torino, Enaudi, 2002, cit. p. 10.
riferimenti che consiste in giudizi di valore, motivazioni, fulcri di interesse, e quindi anche nella visione riflessiva che l’educazione ci impone nel divenire storico della nostra civiltà, senza la quale quest’ultima diventerebbe impensabile, o apparirebbe in contraddizione con i comportamenti reali. Noi ci spostiamo, letteralmente, con questo sistema di riferimenti, e le realtà culturali esterne ad esso sono osservabili solo attraverso le deformazioni che esso impone loro, quando addirittura non arriva al punto metterci nell’impossibilità di scorgere alcunché. In larghissima misura, la distinzione fra le culture che si muovono e le culture che non si muovono si spiega in base alla stessa differenza di posizione che fa sì che, per il nostro viaggiatore, un treno in movimento si muova o non si muova. Con una differenza: all’osservatore del mondo fisico sono i sistemi che evolvono nello stesso senso del proprio a sembrare immobili, mentre i più rapidi sono quelli ad evolvere in senso differente. Per le culture è il contrario, poiché esse ci sembrano tanto più stazionarie quanto più il loro orientamento diverge. Nel caso delle scienze sociali, il fattore “velocità” assume solamente un senso metaforico. Per rendere il paragone valido, dobbiamo sostituirlo con quello di informazione e significato. Sappiamo che è possibile accumulare molte più informazioni su un treno che si muove parallelamente al nostro e a una velocità analoga (per esempio, esaminare la faccia dei viaggiatori, contarli, ecc.) che non su un treno che ci supera o che noi superiamo a grandissima velocità, o che ci sembra tanto più corto quanto più procede in una direzione differente. Al limite, passa così rapido che ne conserviamo solo una impressione confusa, da cui persino i segni della velocità sono assenti; si riduce a un momentaneo confondersi del campo visivo: non è più un treno, non significa più niente. Esiste, dunque, una relazione tra il concetto di moto apparente e quello di quantità di informazione suscettibile di passare fra due individui o due gruppi, in funzione della più o meno grande diversità delle loro rispettive culture. Ogni qualvolta, propendiamo a qualificare una cultura umana come inerte o stazionaria, dobbiamo dunque chiederci, se questo immobilismo apparente non dipenda dalla nostra ignoranza dei suoi autentici interessi, consapevoli o inconsapevoli, o se dotata di criteri differenti dai nostri”2. Nel momento in cui decidiamo di comporre una classifica dei paesi del mondo, non facciamo altro che porre ogni paese su di una stessa linea temporale, tuttavia in punti differenti. Nelle nostre statistiche, i paesi occidentali ricoprono i gradini più alti. Ma se noi andassimo a classificare i paesi del mondo in funzione del loro grado di adattamento a trionfare negli ambienti più ostili, non c’è nessun dubbio che gli eschimesi da
2 L. STAUSS, Razza e storia, Razza e cultura, Torino, Enaudi, 2002.
una parte, e i beduini dall’altra, si assicurerebbero il primato. La priorità che noi assegniamo alla ricchezza monetaria, non è detto che sia condivisa da altre culture. Inserirle, quindi, in una nostra classifica, e considerarle, come economie in via di sviluppo, potrebbe risultare altamente etnocentrico. Le organizzazioni di cooperazione internazionale sono vittime di questa logica.
Continuo a pedalare in una nazione che si estende tutta in lungo, quasi come per effetto della guerra, con gli Americani che la tiravano da sud e i nativi che la tenevano dalla parte opposta. Una volta finita la guerra è stato impossibile ricompattarla ed è rimasta lì come monito per gli altri paesi comunisti. C’è chi crede che la guerra in Vietnam gli Americani l’abbiano persa, ma lo invito a venire qui giù, tra droghe, luci e prostitute. In un paese dove ormai il dollaro ha sostituito la moneta locale e dove ogni occidentale è accolto a braccia aperte, e non per fratellanza, anche se questo popolo rimane nobile, ma per favorire l’afflusso del denaro che ormai come in tutto il mondo domina le nostre vite. Non servono più armi, non servono più morti. Sconfitta l’ideologia rimane la globalizzazione e il commercio fa tutto il resto, avvicinando nuove reclute alla società dei consumi, preparando il paese per de-localizzare la nostra produzione. In mezzo a tanti turisti vorrei essere qui in una maniera differente, vivere le tradizioni di questo posto, e per una volta comprendere il fascino per un’occidente che li relega in un terzo mondo, e che a me crea solo disgusto.
La nausea aumenta quando cerco di contattare le associazioni del posto, mi presento e spiego i miei propositi, ma nonostante la mia persistenza non riceverò mai nessuna risposta da esse. I splendidi siti web, come le vetrine di un negozio di lusso, promettono esperienze indimenticabili della durata di alcune settimane, in cambio però richiedono una cifra equivalente a dieci volte il reddito annuo di un abitante. Mi rendo conto di essere un personaggio scomodo, io che in vetrina non ci so stare e di fare il manichino mi sono stancato, con un misto di rabbia e tristezza rinuncio a questo mondo, a quello in cui ho studiato, e continuo da solo sempre più convinto di chi abbia vinto la guerra.

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