La Cina

Tornati ad Ulan Batar raccolgo le mie cose. Una volta ritirato il visto cinese presso l’ambasciata comincio a pensare a come arrivare in Cina. Le soluzioni non sembrano essere molte, posso volare oppure riprendere il treno che mi ha accompagnato nel viaggio in Russia. Scartata subito la prima ipotesi non sembra che rimanere il treno. Tuttavia questo tour in Mongolia mi ha fatto assaporare l’avventura e ancora non sazio decido di percorrere una terza via, più economica e meno battuta. Alle 19 del 12 dicembre mi ritrovo su di un treno regionale in direzione del confine con la Cina. Una volta arrivato qui, tento di fermare una delle molteplici jeep che transitano sulla strada, anche se nessuno sembra voglia caricarsi quello che alla dogana potrebbe rappresentare un problema. Quando ormai un po’ sconsolato cammino per la strada, immerso nel nulla in direzione dell’ignoto, un pullman si ferma riaccendendo in me un barlume di speranza. Una volta attraversata la dogana, non senza qualche difficoltà, mi ritrovo in Cina. Passeggiando nel piccolo paese al ridosso del confine comincio ad odorare il profumo della storia. La Cina è un paese di antiche tradizioni, un paese che vive tra passato e futuro. Il presente? Il presente è oscurato da un regime dittatoriale. Ne farò ben presto le spese impossibilitato nel trovare una guida del paese o nell’accedere a molti siti internet. Quando il sole sta per tramontare salgo su di un insolito pullman che al posto dei sedili ha una serie di letti, direzione: Pechino. Un’altra esperienza che mi mancava, i letti sono disposti su tre file, due laterali a ridosso dei finestrini ed una al centro. Ogni fila è suddivisa a sua volta in due piani. Sdraiato su di un fianco nel mio letto osservo lo scorrere del paesaggio finché il giorno cede il passo alla notte. Per gran parte del viaggio un piccolo televisore trasmette film in lingua cinese, non mi resta così che rifugiarmi nelle mie letture. Arriviamo a destinazione alle 5 del mattino. La stazione degli autobus è abbastanza centrale, così decido di incamminarmi alla ricerca di un hotel. Le strade sono ancora buie eppure faccio difficoltà a camminare, centinaia di persone affollano le vie della capitale. Molti trascinano con loro dei carrelli con sopra una pila di pacchi insormontabili, così facendo si apprestano a rifornire i numerosi magazzini presenti nella via. Con più di 20 chili di zaino sulle spalle il
mio passo si fa sempre più affannoso. Sembra che ho sottovalutato la grandezza della città, le strade sono interminabili e la cartina con le vie scritte in caratteri latini di certo non aiuta non ritrovando i raffronti per la strada. Dopo tre ore di vagabondaggio finalmente riesco ad arrivare in ostello. Una doccia calda e un letto confortevole cercano di farmi recuperare la stanchezza del viaggio. Ancora non ho alcuna percezione di questa mastodontica città, se non un senso di disagio per il passaggio da un territorio desertico come la Mongolia ad uno sovrappopolat.
Pechino è la capitale della Cina, seconda solo a Shanghai per numero di abitanti: 12 milioni. Essa vanta una storia millenaria, tuttavia, deve la sua recente popolarità ai giochi olimpici disputatisi nel 2008. In quel periodo gli occhi del mondo sono stati puntati su questa città. Quello che per molti prima era solo un nome che riecheggiava nella storia, ultimamente ha assunto un volto.
Una delle prime cose che cerco in una città, prima ancora delle attrattive turistiche sono i parchi. A Pechino la natura fa da contorno ad antiche pagode, centri del culto buddhista. L’aria che si respira in questi posti è magica. La natura si presta all’uomo dando vita a giardini dalle forme celestiali, popolati da molte specie di uccelli. Al tepore del sole, con un sottofondo di una musica che si ripete negli altoparlanti, decine di persone si rilassano dedicandosi ad attività fisiche. Questi parchi sono lo sfogo per una popolazione che ormai vive a ritmi altissimi nel tentativo di raggiungere l’occidente. Non è difficile notare gli interminabili turni di lavoro a cui le persone sono costrette, come non è difficile trovare persone addormentate dietro al bancone, dove la stanchezza prevale su tutto.
Dopo aver visitato tutti i parchi della città, cullato dalle melodie e preso dall’osservare i molteplici balli coreografici, ma anche le accese partite a carte o gli aquiloni che si librano in cielo, è ora di immergersi nella storia. Oltre un fossato completamente ghiacciato e dietro le alte mura delimitate da quattro torri si erige quello che fu il palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing: “La città proibita”. Guardandola dall’alto, precisamente dalla collina di Jingshan, ho l’impressione di osservare ancora una città viva. Più di 800 edifici allineati su tre direttrici, 8000 stanze, una serie di giardini e cortili. Tuttavia entrando all’interno si spegne quel bagliore che aleggiava nell’aria. Molti edifici sono spogli, alcuni sono stati distrutti durante l’incendio del 1929, altri sono adorni di troni che ormai, perso il loro significato, si confondono con il resto del mobilio. La miriade di turisti che percorre queste strade ha espugnato le mura di una città che ormai nasconde la sua storia altrove. Camminando per le vie interne attraversiamo la piazza in cui l’imperatore ordinava le punizioni
corporali. La stessa piazza da dove Mao Zedong tenne il suo celebre discorso sul comunismo. Dopo la piazza del Cremlino, anche qui grandi uomini hanno cercato di costruire il futuro di un paese su basi di violenza e repressione. Uscendo dalla città proibita, attraversando la Porta della pace celeste, nonostante compio un salto avanti nella storia della Cina, la situazione non cambia. Di fronte a me si estende piazza Tienanmen. Vent’anni fa in questa piazza più di 1000 persone furono massacrate, colpevoli di aver manifestato il proprio dissenso contro la dilagante corruzione e le continue censure ad opera del partito. Da allora nulla è cambiato, la Cina rimane governata da un regime dittatoriale e molti intellettuali sono costretti alla fuga. Per entrare nella piazza devo passare sotto un metal detector. All’improvviso mi viene in mente la celebre foto del Rivoltoso sconosciuto, quel ragazzo che durante la rivoluzione del ’89 ha affrontato decine di carri armati senza nessuna arma, ma solo forte delle sue convinzioni, dei sui ideali. Egli era consapevole che gli uomini possono essere uccisi, ma non si può sparare alle loro idee, e per uomo che muore ce ne è sempre un altro pronto a portarle avanti. Un metal detector non può affievolire la voglia di una nazione di cambiare. Sotto il ghiaccio del fossato che circonda le mura della città proibita, l’acqua continua a scorrere, allo stesso modo, una parte della popolazione continua il suo processo di cambiamento sotto un apparente strato di immobilità. Purtroppo il ghiaccio è trasparente, e con un po’ di attenzione si può notare il fondo. Così, gli alti quadri, hanno incominciato ad adottare nuovi strumenti di repressione e controllo, costruendo una società che spegne ogni spirito rivoluzionario e se ce ne fosse rimasto ancora qualcuno non si fa scrupolo ad utilizzare i vecchi metodi. Continuo a passeggiare per la piazza, sempre sotto la supervisione di Mao, ritratto in una foto impressa nella porta Tienanmen. Dopo qualche passo mi imbatto in una coppia di cinesi, che con un buffo inglese mi invitano a bere una cosa insieme. All’inizio esito per la casualità con cui vengo fermato, ma alla fine decido di fidarmi e li seguo in un locale per una tazza di thè. Approfitto dell’occasione per capire meglio questa città, faccio qualche domanda al mio nuovo amico, ma purtroppo noto che la sua curiosità per la mia cultura prevale. Così, finiamo a parlare di calcio ed altro. Finita la tazza di thè non mi resta che abbandonare con un pizzico di delusione quello che poteva essere per me la chiave per comprendere questo paese.
Shanghai

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