Il commercio


E’ il primo natale che trascorro lontano da casa, è strano, ma non ho una grande nostalgia. Questo non perché non conservi buoni ricordi, ma semplicemente perché è qualcosa che ho già vissuto molte altre volte mentre il presente è unico. Il clima sembra ora rimarcare maggiormente la distanza che mi separa dall’Italia, ormai mi sono lasciato il freddo alle spalle, e una volta liberatomi di tutti i pesi e gli ingombri che mi opprimevano, giro finalmente
libero in t-shirt nella terza città più popolata e importante della Cina: Guangzhou. Questa volta, per essere sicuro di non sbagliarmi, prenoto un albergo ai ridossi della stazione ferroviaria, ma evidentemente la sicurezza non è mai troppa e finisco per perderci di nuovo. Ad ogni modo una volta raggiunto l’albergo e posato lo zaino comincio a girare alla scoperta della città. In breve tempo mi ritrovo immerso in un bosco fitto e verde che si inerpica su di una collina. Sono in uno di quei parchi dove ho sempre trovato rifugio da quando sono entrato in Cina. Piano piano, il colore degli alberi e dei petali dei fiori sembrano scongiurare l’annichilimento a cui mi porta la città. Camminando per il sentiero mi imbatto di volta in volta in gruppi di persone che danzano al ritmo di musica. Sulla sommità della collina, uomini e donne ormai non più giovani si esercitano all’aria aperta eseguendo movimenti improbabili. Sullo sfondo decine di tavoli da ping-pong riempiono lo spiazzale. Fermandomi ad osservare non posso non destare la curiosità della gente, questo piccolo paradiso sembra sconosciuto ai turisti che si accentrano nelle strade della città, così, non passerà molto prima che mi invitino ad unirmi a loro. Passo un po’ di tempo giocando al tepore del sole, sotto un cielo turchese di quelli che si vedono solo nei dipinti, spensieratamente. Provo una sensazione piacevole, nonostante non abbia nessun mezzo per comunicare le espressioni facciali che assumiamo riescono a trasmettere molto. Quando ormai sta calando il sole sono di ritorno tra le grigie mura cittadine con l’interrogativo sul dove cenare. Mentre cammino su di un lungo viale mi imbatto in un Mc Donald e senza troppe esitazioni decido di entrare. Saranno passati 5 anni dall’ultima volta che ho messo piede in un fast-food, eppure mi ritrovo la sera di Natale, seduto davanti ad un panino incartato e posato su di un vassoio di plastica, senza sentirmi minimamente fuori luogo. Forse è meglio che mi spieghi. Diversi anni fa ho preso una decisione ed è stata quella di diventare un consumatore critico. Di mettere in discussione le mie scelte e di cominciare ad interessarmi delle conseguenze delle mie azioni da consumatore. Ad oggi nulla è cambiato sono ancora convinto dell’assurdità che risiede dietro un fast-food, dei problemi che gli allevamenti e l’agricoltura intensivi comportino. Ma non era abolendo qualche singolo prodotto dalla mia dieta che speravo di cambiare il mondo, i miei obiettivi erano altri. Primo tra tutti quello di rafforzare me stesso, eliminare le dipendenze che avevo e sforzarmi di pensare oltre. Così ho cominciato a boicottare prodotti come la Coca Cola e la Nike, prodotti talmente al centro dell’attenzione e presenti ormai nelle nostre abitudini da potermi fornire la giusta forza per procedere poi con un drastico cambiamento del mio regime alimentare. Questa scelta mi ha dato la possibilità di aprire molti dibattiti con le persone che mi circondavano e di sensibilizzare il più possibile su te
che spesso passano inosservati. Se questo ragionamento ha un senso, qualcuno potrebbe domandarsi perché tornare a mangiare in un Mc Donald dopo tanto tempo. Questo è un passaggio leggermente più complesso. Ad oggi sono convinto che i problemi che gravano sul mondo non siano colpa di una singola azienda ma bensì del mercato. Una volta messo in discussione il sistema capitalistico non si tratta più di cercare tra la fedina penale delle aziende, fermo restando che condanno gli atti illeciti che esse commettono, ma si tratta di uscire dal sistema. Il tipo di economia che ci circonda, funziona semplicemente perché non internalizza tutti i suoi costi. Nel capitalismo come concepito da Adam Smith la domanda e l’offerta si incontrano dando vita al prezzo di un oggetto. Ma se una azienda decide di vendere un veicolo ad una determinata somma, basandosi sul costo della lavorazione, su quello delle materie prime e sul profitto, chi paga per l’inquinamento prodotto dal trasporto della merce esito della delocalizzazione delle aziende? E chi per le conseguenze dell’estrazione? l’estrazione mineraria avviene utilizzando prodotti tossici che hanno innalzato la mortalità infantile delle popolazioni che vivono nei pressi delle miniere fino al’88%. La risposta è chiara, a lungo andare pagheremo tutti, ma per il momento tutto questo costo si riversa nelle popolazioni più povere del mondo. Gli interessi economici e il commercio sono responsabili della disparità della condizione di vita tra le nazioni. Ad oggi, l’occidente, depredando il sud del mondo, detiene la maggior parte delle risorse presenti sul nostro pianeta. Tutto questo sistema non è altro che il movente che legittima la nascita di nuovi conflitti armati. Negli ultimi tempi molti economisti autorevoli hanno affermato che la globalizzazione è l’unica soluzione alle guerre. C’è un’insana incoerenza ed ipocrisia nell’affermare che la causa potrà fungere da rimedio. Se può esser vero che una volta inseriti nello stesso sistema economico ogni paese abbia un certo interesse nel mantenere una stabilità, ciò potrà avvenire solamente a seguito di un’occidentalizzazione del mondo. Il commercio non porterà ad appianare i conflitti con l’altro, ma semplicemente eliminerà il diverso. Quando dei bambini africani cominceranno ad andare a scuola, impareranno a leggere a scrivere in inglese, metteranno in piedi un azienda e si affacceranno sul mercato internazionale per vendere i loro prodotti e per ricavarne un profitto, dell’Africa non rimarrà più nulla. La maggior parte delle tradizioni delle popolazioni nel mondo sono fortemente in contrasto con i principi del capitalismo e della nostra logica economica. Passeggio di notte per la città, sono a migliaia di chilometri da casa, nella nazione dove sono nate molteplici correnti filosofiche che hanno caratterizzato il paese ed il mondo intero, ma ad oggi, del taoismo, del confucianesimo, del buddhismo, non ce ne è alcuna traccia. La stessa natura che per millenni è stata preservata e
considerata al pari di una divinità, oggi viene barattata per un po’ di quello che ci ostiniamo a chiamare sviluppo. Prima di partire sapevo a quello che andavo incontro, ma vederlo da qui fa male. Fa male al mio corpo come fa male al mio animo che ancora spera in un altro epilogo.
Tornando all’inizio, è inutile essere un complice inconsapevole di questo sistema, in questo momento non ho molte alternative, meglio venire allo scoperto ed ammetter che sono io uno dei cancri del mondo piuttosto che nascondermi in qualche piccolo locale dove acquietare la mia coscienza.

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