I Villaggi

La notte, sdraiato nella mia tenda al confine, ripenso alla notte passata in cella. A quel carcere spoglio, vuoto e in disuso, ad eccezione di una cella che era riservata per un non vedente. Ripenso a quei posti che ho visitato. Mai come ora mi rendo conto di quanto i nostri centri urbani uccidano la vita. La piccola dimensione dei villaggi permette di creare una rete sociale in grado di sostenere ogni singolo abitante. Nei piccoli villaggi, dove l’essenzialità è la chiave della vita non esistono manicomi, non esistono strutture per senza fissa dimora, qui, anche la persona più disadattata trova sostegno. Nelle città si finisce semplicemente per emarginare chiunque abbia un problema, basta uscire di poco fuori dagli standard per non essere più accettati. Facendo così si tende a perdere ogni ricchezza che risiede nella diversità.
All’interno delle nostre metropoli, vivono, o per meglio dire sopravvivono, altre città, formate da barboni, tossici e malati di mente. Le città di ordine inferiore non entrano mai in contatto con quelle di ordine superiore. Vivono la loro vita parallelamente, ed una è di esempio all’altra
Sdraiato nel mio sacco a pelo continuano a scorrere nella mia mente le immagini dei giorni passati, i sorrisi dei bambini, la semplicità degli adulti. Finalmente ho trovato un posto in cui le persone non sono troppo prese dalla insensata mania di rincorrere lo sviluppo per vivere la propria vita. Qui ancora non è arrivata la tecnologia. Non ci sono macchine per le strade e tutto il raccolto viene trasportato con i buoi.
Che vantaggio ne avrebbero queste persone dall’ingrandire a dismisura i loro villaggi? Qui tutti si conoscono, è come una grande famiglia su cui poter contare. È una vita reale, con le sue difficoltà e i suoi piaceri. Nella nostra società invece tutto quello che ci circonda è apparenza. Instauriamo sempre più relazioni ma non ne approfondiamo mai nessuna per non essere obbligati a dipendere dall’altro. Si parla un italiano unificato, un italiano formale, l’italiano del lei, quasi per tenere le distanze. Ognuno di noi è troppo preso da se stesso per poter comprendere quello che ci accade intorno.
Le nostre città non sono luoghi di aggregazione, ma al contrario rappresentano un luogo di incontro tra molteplici individui che ambiscono a conquistare più risorse possibili. Inevitabilmente da ciò ne nasce una competizione che mette
uno contro l’altro. E da qui nasce anche la ricerca dell’acquisto del maggior numero di oggetti, per poter ostentare il ruolo che si ricopre nella società.
Continuiamo a credere che la ricchezza consista nei beni che una persona possiede e non ci rendiamo conto che la vera ricchezza è nella persona. Così, finiamo per circondarci di cose senza significato e nel giorno del bisogno non sappiamo a chi rivolgerci. Conosciamo a memoria il prezzo di ogni oggetto ma non ne conosciamo il valore. Questo semplicemente perché il valore è intrinseco nella manodopera, che purtroppo viene fatta a migliaia di chilometri di distanza da noi. Abbagliati da questa logica possediamo sempre più cose ma non ci rendiamo conto che sono le cose a possederci.

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